25 giugno 1988: Marco Van Basten realizza il gol più bello della storia del calcio?

25 Giugno 2020

Come in una favola, dove una maledizione impedisce al principe di raggiungere la sua principessa, la finale degli Europei del 1988 fu decisa da una magia che spezzò un sortilegio a tinte arancioni: alle 16:42 del 25 giugno 1988, Marco van Basten siglerà uno dei gol più incredibili e apprezzati della storia del calcio, consegnando di fatto il primo titolo della storia alla Nazionale olandese, storicamente bella e maledetta, capace di incantare ma mai di vincere.

Prima di quella folle, elegante e meravigliosa rete il calcio nederlandese stava vivendo una profonda crisi, durata circa dieci anni – a partire sconfitta ai danni dell’Argentina ai campionati mondiali del 1978 in finale – e che ha visto la nazionale Oranje cercare un nuovo equilibrio dopo la chiusura dell’epopea del Totaalvoetbal, la variante più esaltante del gioco, ma troppo spesso vittima – come Narciso – della sua stessa bellezza, incapace di superare le gabbie tedesche e argentine nelle finali dei Mondiali disputate.

Per superare il periodo buio, i Paesi Bassi decidono di affidarsi al suo più grande maestro e filosofo calcistico, ma soprattutto l’uomo delle prime volte olandesi: sulla panchina arancione siederà Rinus Michels. Se il calcio moderno viene inteso come lo concepiamo oggi, il merito va tutto al tecnico nativo di Amsterdam, che dopo aver fatto le fortune dell’Ajax da calciatore, vincendo due titoli nelle file dei Lancieri, cambierà le sorti del club bianco rosso quando siederà sulla loro panchina: sfruttando l’avanguardia tecnica e atletica di Cruijff e un solidissimo gruppo di calciatori tra cui Suurbier, Hulshoff, Krol, Mühren, Haan, Rep e Keizer vincerà la prima Coppa dei Campioni della club olandese nel 1971. Ma è sulla panchina degli Oranje che creerà il concetto di Calcio Totale, una macchina perfetta – un automatismo definito anche Arancia Meccanica in onore dell’omonimo film di Kubrick – che nel 1974 portò la Nazionale in finale dei Mondiali per la prima volta, perdendo una gara che sembrava alla portata contro la Deutsche Nationnalmannschaft.

La seconda chiamata di Michels avvenne nel 1984 – intervallata da un anno sabatico tra il 1985 e il 1986 – dove ricostruì un gruppo di calciatori fortissimi. Questa volta senza scombinare i paradigmi del gioco, capeggiati da uno dei calciatori più poetici della storia del gioco: Marcel van Basten. Sì, Marco non è il suo vero nome. A fare da spalla al Cigno di Utrecht c’era il secondo Tulipano rossonero, Ruud Gullit. In quella compagine c’era anche l’ultimo tassello dei grandi olandesi del Milan, seppur in quelle stagioni rimbalzasse tra Portogallo e Spagna, Sporting Lisbona prima e Real Saragozza poi: Frank Rijkaard. Su quest’ultimo s’incentra l’unica rivoluzione tattica di quella nazionale arancione: Rijkaard, da sempre un duttilissimo centrocampista, in quella rassegna europea fu schierato da difensore centrale al fianco di Ronald Koeman, formando una difesa che univa la potenza di Rambo e l’intelligenza del Cigno Nero.

I Paesi Bassi giungeranno in finale degli Europei del 1988, ma l’avversario dell’Olympiastadion è un vero e proprio spauracchio: la temibile Unione Sovietica. L’Armata Rossa èchiamata così anche perché è direttamente “controllata” dal governo, tant’è che molti dei suoi componenti ricoprivano cariche militari. La Nazionale di Lobanovskyi era una delle compagini più temute della rassegna: tra i pali c’era il Nuovo Yashin , Rinat Dasaev, una difesa composta dagli enormi Demjanenko e Alejnikov – che abbiamo visto in Italia con le maglie di Juventus e Lecce – il talento a centrocampo di Zavarov e Mikhaijlichenko, ma soprattutto trascinata dai gol del Pallone d’Oro del 1986, Ihor Bjelanov.

Gli olandesi, nel 1988, avevano affrontano già due volte i sovietici: la prima in una spettacolare amichevole terminata 4-4 e la seconda proprio agli Europei, nella gara di apertura del girone B che aveva visto l’URSS imporsi per 1-0 minando la qualificazione della compagine Oranje, trascinata poi alla fase finale dal solito Van Basten.

La finale si disputò in un clima di profondissima tensione sociale, essendosi disputata a Monaco di Baviera, roccaforte della Germania Ovest, dove i sovietici non erano propriamente i benvenuti, tanto da essere sommersi di fischi durante l’inno nazionale.

La gara vide Michels, da sempre un esteta votato al gioco offensivo, più conservativo e meno orientato al gioco d’attacco, caricando il peso offensivo del gioco sulle spalle di Gullit, soprattutto perché i russi hanno fatto barricate attorno a Van Basten, capocannoniere della rassegna prima e dopo la finale. Ed è lo stesso Tulipano Nero a ripagare il tecnico, sbloccando la gara con un prepotente colpo di testa dopo una sponda del Cigno di Utrecht attorno alla mezz’ora.

Ma la partita è tutt’altro che chiusa: i sovietici sono durissimi a morire e lo svantaggio non li scompone. All’inizio della ripresa, i russi decidono di rimpolpare l’area e giocare di rimessa con i contropiedi del rapidissimo Protasov.

Tuttavia, al nono minuto, proprio alle 16:42, il rigore russo viene raso al suolo da uno dei gol più belli e inconcepibili della storia del gioco: Arnold Mühren, esterno in forza all’Ajax, effettua un cross non propriamente invitante; una palla molto lunga e alta che si dirige versa la linea del lato corto dell’area e in prossimità della linea di fondo. Passano tre secondi e otto decimi da quando il pallone lascia il piede del centrocampista e viene impattato dall’attaccante del Milan, che quando ha puntato il piede a terra aveva lasciato credere a tutti che avrebbe stoppato il pallone, come ogni essere senziente aveva immaginato. Van Basten – rinomato per essere un geniale acrobata – calcia la palla al volo disegnando una traiettoria perfetta che finisce mortifera sotto il sette opposto sorprendendo un portiere esperto e profondamente atletico come Dasaev.

Al di là dei volti increduli dei russi, degli olandesi e di tutti gli spettatori tedeschi, la reazione più forte al quel gesto così meravigliosamente imprevedibile fu nella voce di Bruno Pizzul, da sempre narratore di gol di assoluto culto, che di fronte a quel gol rimase ammutolito per cinque secondi, lasciando trasparire uno stupore che ognuno di noi ha riservato, almeno una volta nella vita, a una straordinaria opera d’arte, in questa occasione scolpita con un pallone e un piede destro divino.

Quel gol sancì, dopo anni di illusioni e dannazioni, una affermazione che proprio come una Odissea ha visto un lungo viaggio fatto di tormenti e dannazioni spezzati solo da una meravigliosa prodezza.

di Daniele Riefolo

Change privacy settings