5 luglio 1982: la tripletta più pesante della storia azzurra

5 Luglio 2020

Si contano soltanto gli anni che passano. Sono trentotto. E soffermarci sulla diteggiatura dei giorni e delle settimane, delle ore e dei minuti, e forse anche dei secondi, sarebbe alquanto anacronistico. La misura del tempo scandisce i dettami della nostra esistenza, non può essere altrimenti. Ma l’immagine di Paolo Rossi si ferma a quel 5 luglio 1982. Non importa se oggi al posto dell’Estadio di Sarrià, teatro di quella tripletta memorabile, ci sono palazzi residenziali e un parco. Non importa se adesso l’anagrafica costringe il fisico a rispondere per altre esigenze, e neanche se i capelli son diventati bianchi. La portata di quell’impresa è tale da consegnare il destino di un uomo sul trono di un intero paese. L’Italia vinse quel mondiale. Il terzo. Proprio attraverso la rinascita di Paolo Rossi.

Pablito colpisce una, due, tre volte al cospetto di un Brasile imbastito da campioni di assoluta magnificenza. Ha gli occhi smarriti Telê Santana, mentre Enzo Bearzot sorride sornione, avvolto dal fumo della sua inseparabile pipa. Ha avuto ragione lui ad aspettare il centravanti della Juventus, sfidando la critica della stampa, l’insorgere dei tifosi e tutti gli eschimi possibili. Parlavamo di rinascita, appunto. E la tripletta di Paolo Rossi, in realtà, potremmo definirla come una sorta di redenzione, di Perdono Popolare, quasi al pari di una Santa Beatificazione per mano di qualcuno. Già, perché l’ex attaccante di Lanerossi Vicenza, Como e Perugia arrivò al mondiale spagnolo con l’etichetta del “traditore”. Lo scandalo del calcioscommesse ne aveva sconvolto la vita e se non fosse stato per la caparbietà di Bearzot, avremmo scritto un altro destino. La squalifica che gli fu comminata lo escluse per due anni dal calcio giocato e terminò nell’aprile del 1982. Appena in tempo per giocare le ultime tre partite di campionato, segnare un gol contro l’Udinese, e vincere il ventesimo scudetto dei bianconeri. “Non ricordavo più l’emozione di una partita vera. Due anni di silenzio mi hanno maturato. Proprio in questo momento mi dico: non c’è solo il calcio”.

Dalle parole di Pablito emerge la sofferenza e la fame, tutta la voglia di dimostrare il suo valore. Tornando a fare quello di cui è capace: fare gol. Soltanto Bearzot, dall’alto della sua esperienza, scelse di puntare sulle sue qualità e su quell’istinto da rapace dell’area di rigore mai sopito. Una fiducia innata che divenne un fuoco da alimentare, o probabilmente un incendio annunciato – quello di Rossi – che iniziò ad ardere proprio in quel di Barcellona. Il cammino mondiale degli Azzurri non cominciò come previsto. Strappando una qualificazione, con tre pareggi consecutivi, nel contesto di un girone che almeno sulla carta risultava più che abbordabile. Il debutto con la Polonia finì a reti bianche, mentre le reti di Bruno Conti al Perù e di Ciccio Graziani al Camerun, fecero del doppio 1-1 due risultati appena sufficienti per deviare il percorso dell’Italia nel gruppo C. In compagnia di Brasile e Argentina. “Siamo spacciati”. Questo fu il pensiero comune a tutti gli italiani seduti davanti al televisore. Ma alla prima delle due sfide, contro l’Albiceleste di Maradona, la nostra nazionale voltò pagina. Si scivolò dalle spalle le brutte prestazioni e aprì le danze del suo Mundial. A piegare la Seleccion di Menotti ci pensarono Tardelli e Cabrini, la superba marcatura a uomo di Gentile cancella l’estro infinito del Pibe de Oro e sulle ali dell’entusiasmo i ragazzi di Bearzot si prepararono ad affrontare la corazzata brasiliana. La vera favorita del torneo.

Davanti agli occhi di Zoff e Scirea, Gentile e Cabrini, Collovati e Oriali, Rossi e Antognoni ci sono quelli di Zico e Falcão, Cerezo e Sócrates, Éder e Serginho, Valdir Peres e Oscar. La selezione Verdeoro è una macchina da gol che pennella calcio a ritmo di samba e fantasia, dalla parte opposta c’è però un Italia rigenerata dalla vittoria contro l’Argentina. Che crede nelle proprie possibilità e scende in campo con la consapevolezza di potersela giocare. È una gara secca. Da dentro o fuori. E agli Azzurri serve solo una vittoria per qualificarsi alle semifinali.

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Quando Abraham Klein fischia l’inizio della partita che entrerà nella leggenda sono le 17:15, e a Paolo Rossi bastarono solo cinque minuti per infilare di testa il primo gol. Bruno Conti conduce la sfera e allarga sulla corsia mancina dove Cabrini è libero di crossare sul secondo palo. La palla tagliata scavalca tutta la difesa e bacia la fronte del nostro attaccante. Palla indirizzata nell’angolino, uno a zero. La partita è ancora tutta da giocare ma per Rossi è una liberazione. La caratura offensiva degli avversari e sì notevole, ma l’organizzazione difensiva non infallibile e l’opportunismo di Pablito va a nozze con le distrazioni dei brasiliani. Che nel frattempo hanno trovato il pareggio con un destro preciso di Sócrates. Il 2-1 si materializza pochi minuti dopo. Cerezo, durante una costruzione del gioco da dietro, muove un disimpegno orizzontale fuori misura, sul pallone si avventa Rossi che batte Valdir Peres calciando appena sotto la traversa. Siamo di nuovo sopra. Gli spalti del Sarrià sventolano bandiere tricolore, nonostante ci siano ancora quarantacinque minuti tutti da scrivere.

Difatti, la sofferenza riprende a battere nel cuore degli italiani quando il sinistro di Paulo Roberto Falcão, sontuoso centrocampista della Roma, riacciuffa il match riportando la qualificazione nelle mani dei brasiliani. Sarà una speranza vana, che si scioglie nell’attimo dell’unico calcio d’angolo guadagnato dagli Azzurri, dove lo stato di grazia di Paolo Rossi regala al popolo italiano una tripletta storica. Determinata da uno scontro aereo tra Oscar e Sócrates, con il pallone che cade sul mancino al volo di Tardelli, corretto in porta dal destro di Pablito. Perfino la voce di Nando Martellini, sempre precisa, sembra incedere lasciandosi travolgere dall’emozione. Rossi, Rossi, Rossi. Tre volte. Incontenibile.

Al fischio finale fu la storia a cedere il passo alla leggenda di un 3-2 che ancora oggi, dopo trentotto anni, viene ricordato dalla stampa brasiliana come la Tragedia del Sarrià. Altro che tragedia. Per noi fu soltanto l’inizio di una storia d’amore. Un senso di appartenenza ai nostri colori, alla nostra terra, al nostro sangue che fino ad allora, mai come in quel 5 giugno 1982, unificò un popolo intero. Amalgamato, stavolta dal desiderio comune, di vincere la Coppa del Mondo. E chi poteva fermare i sogni degli italiani, dopo aver eliminato due dirette pretendenti al titolo come Argentina e Brasile? E chi poteva fermare Paolo Rossi dalla sua rinascita azzurra?

Non lo fece la Polonia, incontrata per seconda volta, e caduta dalla doppietta di Pablito. Non lo fece la Germania Ovest, travolta dal suo sesto gol e dai colpi di Tardelli ed Altobelli. Non lo fece nessuno. Ma se ne accorse il nostro Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, che alla terza marcatura si lasciò scappare un illuminante: “Ormai non ci prendono più”. L’Italia è campione del mondo, per la terza volta, a quarantaquattro anni di distanza dalla vittoria del 1938.

Sarà Dino Zoff ad alzare la coppa al cielo, ma senza la rinascita di Pablito chissà come sarebbe finita. Il bomber della Juventus, capocannoniere del torneo mondiale con sei gol in tre partite, chiuderà il 1982 aggiudicandosi il Pallone d’Oro. Dal buio della squalifica e col terrore dell’oblio a indimenticato eroe nazionale. Diventando il primo calciatore della storia a conquistare nello stesso anno i tre titoli. Sarà eguagliato nel 2002 solo dal Fenomeno Ronaldo. Un alieno tra gli umani. Ma con la cittadinanza brasiliana. Proprio come i fenomeni che uscirono sconfitti dalla tripletta di Paolo Rossi. Dalla classe di Pablito.

di Matteo Galli