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“Quel 10 che più che un numero sembra un voto”

10 Dicembre 2019

La carriera di Alessandro Del Piero sembra tratta da un’opera teatrale. Noi l’abbiamo divisa in tre atti, tre fasi ognuna determinante per trasformare una carriera calcistica in una leggenda senza tempo.

ATTO I

Pinturicchio, ovvero «tagliati i capelli»

Prologo. Udine, Interno, 1993.

Franco Causio ha ricevuto una telefonata qualche giorno prima. Il suo emissario a Padova, di cui non sappiamo il nome, è preoccupato: dice che il Milan sta per accordarsi col ragazzo e chiede indicazioni sul da farsi. La decisione finale spetta a Boniperti, il quale però sembra non avere alcuna fretta. Baggio e Möller sono già un lusso, specialmente con uno come Trapattoni in panchina. Il ragionamento non è scorretto, eppure Causio – una vita al fianco del Presidente – non si fida. È difficile da spiegare, ma sente che questa è una di quelle occasioni che si rischia di rimpiangere per sempre. E allora insiste.

«Presidente, lasci che le presenti questo ragazzo». È andato a prenderlo personalmente e non si capisce chi dei due sia più teso. Boniperti resta seduto. Il ragazzino si avvicina timidamente, cercando le parole giuste da dire in quei lunghissimi secondi. La giacca grigia che indossa è troppo grande; la zazzera di riccioli scuri lo rende più goffo di quello che è in verità. Il Presidente non lascia nemmeno che inizi a parlare. Dallo sguardo severo spunta, inatteso, un sorriso rassicurante: «Bene, l’anno prossimo giochi con noi, perciò tagliati i capelli».

Udine, 4 aprile 1993. Scena Prima. Reggio Emilia, Parma, Viareggio.

In cuor suo, Antonello Cuccureddu, allenatore della Primavera, sa che è giusto così. I diciannove anni di Alessandro sono un numero relativo; sono pochi solo se ti convinci che lo siano. Perciò lascia che, un po’ alla volta, Trapattoni se lo porti via. Si farà bastare un assist di tacco e un gol su rigore contro la Fiorentina, nella finale del prestigioso Torneo di Viareggio. Mica poco, in fondo.

Tutto il resto sta nel racconto di Andrea Sardini e, soprattutto, di Luca Bucci: un racconto privo di parole, interamente racchiuso nella smorfia di disappunto e nelle spalle voltate al campo mentre raccolgono il pallone – i palloni – in fondo alla rete.

Scena Seconda. Cappella Bufalini – Palazzo Della Rovere, Interni, 1994 – 1998.

La collaborazione con Pietro Perugino per alcuni famosi affreschi della Sistina riecheggia nelle Storie di San Bernardino della Cappella Bufalini, prima vera grande opera del Pinturicchio. I moduli utilizzati testimoniano la lezione fondamentale appresa dal Maestro, alla quale però il talentuoso pittore aggiunge vivacità e ricchezza di variazioni sul tema principale, ad esempio il calcio di punizione. La tecnica è la stessa, cambiano invece alcune interpretazioni dello spazio e del colore.

Credo che l’Avvocato Agnelli la pensasse più o meno allo stesso modo. L’unica differenza è che preferì Raffaello a Perugino, in una ricercata inversione cronologica. Di sicuro però, ebbe ragione sulla parentela artistica tra i due, sullo stile, sulla reciproca ammirazione. Perfino sull’amicizia dell’allievo col Maestro. Nonostante tutto.

Millenovecentonovantaquattro. I tre esperti faccendieri voluti dai committenti hanno chiamato un nuovo, ambizioso timoniere: Marcello Lippi. A lui il compito di reinventare una squadra delusa da troppo tempo. Gli ingredienti ci sono tutti: grande dedizione, uomini affidabili, idee innovative. Soprattutto, una fame atavica. Il risultato non si fa attendere. Tre attaccanti puri sono un’eresia tattica, degna solo di un grande genio; la prima pennellata di Pinturicchio contro la Fiorentina lascia già intravedere quello che poi sarà lo sfavillante Soffitto dei Semidei. È scudetto, dopo nove anni di digiuno. Ma d’ora in poi, il giovane pittore dovrà dimostrare di valere il Maestro. Sempre, senza tentennamenti. Con quel numero pesantissimo sulle spalle e il suo nome scritto sopra per la prima volta nella storia juventina. Unico vezzo concesso: un paio di buffe basette a punta.


Il Soffitto di Palazzo Della Rovere è un’opera grandiosa, cui Pinturicchio dedica interamente gli anni ’90. In esso, il repertorio dei bestiari medievali si fonde armonicamente con la tradizione filosofica dell’Umanesimo italiano, offrendo una moltitudine di miniature sbalorditive. Lazio, Steaua Bucarest, Borussia Dortmund… Il tratto è sempre lo stesso, inconfondibile: vertice sinistro dell’area, pallonetto ad effetto sul palo opposto. Ogni volta. Fino alla fine. Con la maglia blu giallostellata e un urlo che esplode di gioia, arrivando fino a Tokyo. Smettere di fissare l’opera d’arte è impossibile: la volta scintillante attira così forte lo sguardo che pare quasi che le figure divengano suoni: una melodia familiare che racconta di una sfera di stelle, ognuna delle quali riverberata nelle mille cornici dorate del Soffitto dei Semidei. E forse le due finali perse, di cui una col tacco, altro non sono che l’umana imperfezione, la Pesatura dell’anima che rende davvero eterno ogni capolavoro.

ATTO II

Aspettando Godot

Scena Unica. Salice Piangente spoglio, tempo immobile.

Proprio così. Arriva un tempo in cui il tempo stesso si ferma, perde improvvisamente di significato. Si solidifica. L’estate è avara di successi, bruciano solo le critiche: abbiamo sbagliato a fidarci di lui, meglio il Maestro! Poco importa che sia proprio il Maestro a confortarlo. Il passo scattante di Pinturicchio si scopre a poco a poco più stanco, pesante. Anche la squadra non funziona: l’amico Zizou è distratto, il compagno Pippo sbaglia troppo. Nel giro di pochi mesi, l’arte gioiosa del giovane pittore diviene semplice solitudine di Alessandro, ragazzo come tanti a ventiquattro anni.

E poi. E poi una pagina bianca. Un’assenza. Lunghissima, ingiusta, tremendamente comune se giochi a calcio eppure inaccettabile. Offuscate tutte le stelle, perché non le vuole più nessuno. Buttate via la luna, tirate giù il sole, svuotate gli oceani e abbattete gli alberi. Perché da questo momento niente servirà più a niente. Wystan Auden, non serve altro.

E non è solo l’otto novembre. È tutto il resto. Le gambe che girano più lente, la testa che produce pensieri sbagliati e tiri troppo fiacchi. Perugia e Rotterdam. Quella maledetta palla che entra solo dal dischetto. Tempo immobile, appunto. E per quanto il messaggero continui a ripetere che «il Signor Godot oggi non verrà, ma verrà domani», ormai è difficile credergli. Chi lo fa, lo fa per amore, ma perfino l’amore costa fatica. Costa quel tempo che non passa mai.

Il mio amore ha due vite per amarti. Per questo t’amo quando non t’amo. E per questo t’amo quando t’amo.

ATTO III
Grace Under Pressure (perché, alla fine, Godot è arrivato)

Scena Prima. Occhi al cielo, Esterni vari, 2001 – 2003

Il cielo di febbraio è ancora un cielo freddo, invernale. In nessun modo lascia presagire la primavera. Eppure, a uno sguardo più attento, è possibile notare una luce diversa, non più muta e bianca come quella dei giorni delle gelate. È una luce che spinge, che incomincia a farsi largo nelle giornate, togliendo pian piano spazio alla notte.

Non conosco il Febbraio della marca trevigiana, né il preciso momento dell’anno in cui Gino Del Piero fosse solito rimontare le lampadine sui tralicci delle viti per illuminare il campetto del piccolo Alessandro che tornava a giocare dopo l’inverno. Quel pomeriggio però era come se lo avesse fatto. Anche nella tristezza livida del volto di Ale in panchina. Anche se se n’era andato solo qualche giorno prima. Quel pomeriggio di febbraio era il termine della notte e Alessandro Del Piero lo sapeva: palla sulla fascia sinistra, corsa verso l’area di rigore, doppio passo a disorientare Neqrouz, pallonetto sul portiere in uscita. Tutto facile, naturale, quasi ovvio. Come ai bei tempi. Solo gli occhi sono diversi: prima, per un attimo, rivolti al cielo; poi serrati, per urlare ancora più forte tutto il dolore. Il Signor Godot è finalmente arrivato.

Pippo e Zizou lasciano dopo anni di grandi successi. Al loro posto, nuovi compagni d’armi e un vecchio generale pronto a ripetere l’impresa. Ale, non più Godot né Pinturicchio, finalmente capitano. Finalmente se stesso. Altre vittorie. La dedica a un secondo padre. E pazienza per quella coppa lasciata a Sheva.

Scena seconda. Grace Under Pressure.

Una volta Dorothy Parker chiese ad Ernest Hemingway: «Cosa intendi esattamente per “coraggio”?». Lui rispose: «Intendo dire: mantenere l’eleganza nelle difficoltà».

La traduzione è nostra, ma mi rendo conto che l’inglese suoni meglio. Possiede infatti quella sobrietà, quella parsimonia di gesti e argomentazioni che ad Alessandro non sono mai mancate, nemmeno nei momenti più duri. Panchina? Non è un problema. Critiche? Le smentirà il campo. Serie B da campione del mondo? Benissimo. Al massimo, sfugge una linguaccia. Ma è normale dopo l’ennesima punizione all’incrocio dei pali. Dopo l’ennesimo scudetto.

Infine, l’applauso del Bernabeu. Lo confesso: è un discorso che inizia a stancarmi. Non perché non lo meritasse, intendiamoci. Piuttosto, sono infastidito dal fatto che si tenda a ricordare solo quello, dimenticando ciò che invece dovrebbe davvero restare, conservarsi nei cuori prima ancora che nella memoria. Sto parlando, ovviamente, dell’inchino di Alessandro Del Piero al pubblico. Un gesto lieve, appena accennato, eppure così netto. In quell’inchino è racchiusa tutta una carriera. Ci sono gli ostacoli e i dolori; le vittorie e le sconfitte; i gol meravigliosi e le critiche feroci; l’umiltà e l’orgoglio. In quell’inchino c’è l’innata ed irripetibile eleganza del corpo e del pensiero: non siete qui per me; io sono qui per voi.

Epilogo. 1997 – eternità

Un bambino di dieci anni, la sua quinta videocassetta di JuveCentus. Il nastro ormai consumato, l’odore rassicurante della custodia di cartone. Ferruccio Amendola, o meglio la sua voce: «… Del Piero, e quel 10 che più che un numero sembra un voto».

Il bambino schiaccia il pulsante reverse sul videoregistratore. Riascolta quella frase.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Per sempre.