Le cinque cose che non sapevi su Andrea Pirlo

19 Maggio 2020

In un’ottica positivista, il calcio si potrebbe ridurre a ventidue uomini che si scontrano, contendendosi un pallone, con il fine ultimo di farlo arrivare nella sua interezza nella porta preventivamente assegnata all’avversario, per un numero di volte superiore all’avversario stesso. Ma per fortuna c’è dell’altro. C’è uno sport in cui i prosatori rincorrono la vittoria, mentre i poeti mirano alla massima estetica. Alla certezza matematica si mescolano pennellate di pura irrazionalità e genio. Un mondo in cui piove polvere di stelle. È il mondo di Andrea Pirlo.

Metronomo, maestro e poeta, Pirlo univa la concretezza geometrica a soffici carezze passionali che coccolavano ogni spettatore, spingendolo verso una sorta di sindrome di Stendhal. Ha vinto tanto e convinto di più, rivoluzionando l’interpretazione di un ruolo che in passato aveva i tratti di una muraglia tutta muscoli e corsa e sostenendo un calcio tanto fatato, quanto preciso e razionale.

Nella sua rigida espressione composta e seria, si nascondeva, secondo voci di spogliatoio, un improbabile architetto di scherzi, soprattutto ai danni del malcapitato Rino Gattuso, ai tempi del Milan e in Nazionale.

Ciò che ha reso grande Andrea Pirlo e che deve essere un monito anche per i giovani calciatori è che dal talento che mostrava con le maglie della Reggina e del Brescia, oltre all’Under 21, ha saputo unire costanza, lavoro e fame di vittoria, fino ad arrivare ad insegnare calcio con Milan e Juventus, abbracciando compagni dopo l’ennesimo assist servito e prima di alzare trofei. L’immagine di Berlino con Cannavaro è emblematica. L’immensità di Pirlo stava proprio in quello che solo i grandissimi riescono a fare: rendere semplici le cose difficili, impossibili. Il genio nella sua naturalezza e nella sua freddezza.

Nel giorno del suo compleanno, vi portiamo dentro il suo cassetto dei segreti, con cinque curiosità avvolte da un’accecante magia. Più, molto più, di un calciatore: Andrea Pirlo da Brescia.

Il più giovane esordiente con la maglia del Brescia

Un giovanissimo Andrea Pirlo in azione con la maglia delle Rondinelle durante la stagione 1997-98
Un giovanissimo Andrea Pirlo in azione con la maglia delle Rondinelle durante la stagione 1997-98

Andrea Pirlo esordì in Serie A con la maglia del Brescia il 21 maggio 1995 a soli sedici anni e due giorni, sostituendo Marco Schenardi nella partita contro la Reggiana nel nuovissimo stadio Giglio, conclusasi 2-0 per gli emiliani. Fu il tecnico Adelio Moro, già assistente di Mircea Lucescu, a farlo scendere in campo per la prima volta nella massima serie. Il Brescia al termine della stagione retrocesse, concludendo il campionato al diciottesimo posto. Nella stagione successiva non giocò mai con la prima squadra biancazzurra, ma vinse il Torneo di Viareggio con la primavera. Va attribuito a Edoardo Edy Reja il merito di aver visto in Pirlo un giocatore in grado diventare grande, schierandolo con continuità nel 1996. Nella classifica dei più giovani esordienti della Serie A si posiziona, invece, all’ottavo posto, alle spalle di Amedeo Amadei, Pietro Pellegri, Gianni Rivera, Aristide Rossi, Giuseppe Campione, Eddy Salcedo e Valeri Bojinov, che lo anticipò di soli ventuno giorni. Un predestinato che ha saputo essere il primo già da adolescente, quando era ancora un allievo promettente.

Hodgson lo chiamava Pirla

Roy Hodgson dirige una sessione d’allenamento durante la parte finale della stagione 1998-99

La sua storia d’amore con l’Inter non è mai sbocciata, nonostante da bambino Andrea Pirlo andasse matto per la maglia nerazzurra. Prelevato dal Brescia nel 1998, l’Inter lo spedì prima alla Reggina e poi di nuovo alle Rondinelle in prestito, dove illuminò con tutto il suo talento, lasciandolo poi andare al Milan per decollare verso l’Olimpo dei più grandi.  La prima esperienza fuori casa a diciannove anni, un periodo complicato per la società di Moratti e caratterizzato da scarsa fiducia nei suoi confronti. Difficile integrarsi, considerando soprattutto le continue rivoluzioni in panchina. Con Luigi Simoni trovò abbastanza spazio, ma con i successivi allenatori il rapporto fu tutt’altro che idilliaco. In nerazzurro è singolare quello con il tecnico inglese Roy Hodgson, che era solito rivolgersi a lui chiamandolo Pirla. In realtà non voleva insultarlo, ma aveva ancora evidenti problemi con la lingua italiana, sollecitando però il ghigno di molti suoi compagni. «In realtà aveva capito che tipo fossi, molto più di altri allenatori», affermò l’eterno numero 21. Andrea Pirlo e Roy Hodgson si incontrarono nuovamente all’Europeo del 2012. Sì, quello del cucchiaio su rigore.

Maggior numero di presenze con l’Under 21

Andrea Pirlo trascina gli Azzurrini al loro quarto titolo europeo contro la Repubblica Ceca
Andrea Pirlo trascina gli Azzurrini al loro quarto titolo europeo contro la Repubblica Ceca

Il primo trionfo di Andrea Pirlo è datato 4 giugno 2000. Dopo aver concluso il campionato con la Reggina con prestazioni eccellenti e una continuità che in passato non aveva dimostrato, il bresciano riuscì a ripetersi alla grande nell’Europeo Under 21, trascinando gli azzurrini alla vittoria e costituendo con Roberto Baronio una coppia che univa dinamismo e fantasia, sia con la maglia amaranto dei calabresi, sia con la Nazionale minore. Uno dei punti cardine della selezione di Tardelli, è il man of the match nella finale contro la Repubblica Ceca, segnando una doppietta che consentì di dipingere d’azzurro il trofeo per la quinta volta. È il giocatore con più presenze con gli Azzurrini, avendo disputato quarantasei gare – di cui sei da fuori quota – dal 1998 al 2002. Giocò due edizioni delle Olimpiadi, la prima a Sydney nel 2000, la seconda ed ultima ad Atene nel 2004, conquistando nella manifestazione ellenica la medaglia di bronzo. Ha sfiorato anche un altro record, strappato da Alberto Gilardino: è il secondo marcatore della storia degli Azzurrini con sedici gol, contro i diciannove realizzati dal centravanti di Biella.

Il più presente in un’unica stagione nella storia del Milan

Andrea Pirlo bacia l'anello dopo una rete in Champions League con la maglia del Milan
Andrea Pirlo bacia l’anello dopo una rete in Champions League con la maglia del Milan

Un addio traumatico, dieci anni che non si cancellano. La storia di Pirlo con il Milan è quella tra due amanti che si sono lasciati in modo brusco ed entrambi affermano che sono stati importanti l’un per l’altro con un pizzico di amarezza. Tanto importanti che, al di là dei trionfi, il bresciano ha conseguito un record che si attesta come indicatore di quanto sia stato determinante nella sua militanza rossonera. Nella stagione 2006-07, l’anno della settima meraviglia europea, Pirlo scese in campo per ben cinquantadue volte, di cui trentaquattro su trentotto in campionato: è il giocatore che ha disputato il maggior numero di partite in una singola stagione nella storia del Milan. Una caratteristica che di fatto è diventata intrinseca al Pirlo calciatore è la sua insostituibilità. È vero, altri interpretavano il ruolo egregiamente, ma con caratteristiche completamente diverse, oppure simili ma lontani dalla classe e dalla vena poetica del maestro. Un maestro che con la maglia rossonera è sceso in campo più di quattrocento volte, alzando al cielo due scudetti, due Champions League, due Supercoppe europee, una Supercoppa italiana, una coppa Italia e un Mondiale per club.

La sua carriera poteva finire nel 2005

Pirlo con la maglia del Milan
La disperazione è l’unica emozione al termine della sfida di Istanbul. Così come lui anche i compagni di squadra: Rui Costa, Kakà, Cafu, Stam, Nesta, Serginho e Maldini

La carriera di uno dei più illustri poeti del calcio poteva terminare nel 2005 a soli ventisei anni. Dopo la disfatta del Milan a Istanbul contro il Liverpool, Andrea Pirlo era psicologicamente distrutto per quella Champions League gettata così in malo modo, dopo il 3-0 del primo tempo. «Abbiamo giocato il miglior primo tempo della gestione Ancelotti, poi non so cosa accadde in quei sette minuti. Ancora adesso non so bene cosa sia successo quella sera. Le settimane successive non mi sentivo più un giocatore e già questo era devastante, ma neanche un uomo e questo era anche peggio. Non mi specchiavo, avevo paura che l’immagine riflessa rispedisse indietro uno sputo. È stato un breve e intenso periodo di merda. Per fortuna due anni più tardi c’è stata la rivincita, ma Atene non cancella Istanbul», dichiarò nel 2018. Se veramente avesse deciso di ritirarsi dopo la batosta turca, non ci sarebbe stato il tocco per Grosso e tante altre deliziose meraviglie di un artista. Quella volta, così come quel 19 maggio 1979, il destino ha voluto remare per il verso giusto.

di Alex Baldarelli