Anni Ottanta, Novanta e Duemila: qual è la Nazionale italiana più forte tra queste?

15 Maggio 2020

Tre nazionali per tre decenni. Chi vince? Impossibile dirlo così, intanto però ci siamo divertiti a vestire i panni dei commissari tecnici delle Nazionali dal 1980 al 2010, mettendo insieme moduli, giocatori, allenatori e idee di gioco. Il risultato è rappresentato da tre formazioni di assoluto livello e di altrettanto prestigio, che rispecchiano le filosofie di gioco dei loro allenatori. Inevitabile subire l’influenza delle vittorie del 1982 e del 2006, perché, come spesso accade, vince chi ha ragione. Ma non ci siamo fatti travolgere del tutto dalla gioia dei due trionfi Mundial. La vera difficoltà è stata quella di scegliere il decennio migliore per calciatori che hanno segnato vere e proprie epoche: ad esempio per lo Zio Bergomi campione del mondo 1982 e capitano con Vicini dal 1988 al 1991, quale versione avreste scelto? Certo, se qualcuno ci trova un degno sostituto agli undici della finale del 1982 o di quella del 1986, beh, ce lo faccia sapere. In ultimo, come sempre, non pretendiamo di accontentare tutti. Anzi, saremo ben felici di avere le vostre formazioni del decennio.

ITALIA 1980 – 1989: Modulo 4-3-1-2

Zoff; Gentile, Collovati, Scirea, Cabrini; Conti, Tardelli, Oriali; Antognoni; Altobelli, Rossi. Allenatore: Bearzot.

Dino ZOFF

Dino Zoff alza al cielo di Madrid la Coppa del Mondo 1982 sotto gli occhi di Re Juan Carlos

Friulano, silenzioso e carismatico. Classe 1942. Questo vuol dire che il portiere forse per eccellenza del nostro calcio, membro di una scuola di assoluto prestigio, diventa Campione del Mondo a quarant’anni. Da Capitano. Sono indimenticabili le immagini legate alla carriera azzurra di Zoff, 112 presenze in azzurro (per anni record imbattuto), 59 da capitano, tutte da incubo per molti dei maggiori attaccanti dell’epoca. Se dobbiamo proprio scegliere un fotogramma, oltre alla Coppa alzata al Mundial di Spagna, c’è la parata praticamente sulla linea di porta sul colpo di testa del difensore brasiliano Oscar, vinta dagli azzurri – non c’è da ricordare come e con chi – per 3-2, la partita della rinascita ufficiale di Pablito. Con il pallone Zoff blocca anche le speranze verdeoro, aprendo la strada all’Italia verso la semifinale. Il resto è storia. Anzi no. Il resto è Leggenda, termine adeguato quando si racconta quell’Italia e il suo portiere.

Claudio GENTILE

Claudio Gentile prende in consegna Zico durante la sfida del Sarrià terminata 3-2 per gli Azzurri: alle loro spalle Marini, Leandro, Scirea e Serginho

C’è una maglia che è storia. Ed ha un buco. Ed è quella di Zico, dopo Italia-Brasile del Mondiale 1982. Un campione, reso uno dei tanti da un signore con il tricolore sul petto e la maglia numero 6, che può giocare da terzino e al centro, senza problema alcuno. I problemi, semmai, sono per gli altri, anche se hanno il nome di Zico e di Maradona, del quale Claudio Gentile si è preso cura solo pochi giorni prima della partita col Brasile. Tanta corsa, anticipi, e modi rudi quando è necessario: ha sempre badato al sodo questo ragazzo nato a Tripoli. Uno che di calcio ne capisce veramente, come pochi nella storia del giornalismo italiano, nello specifico Gianni Brera, ha soprannominato Gentile il Feroce Saladino. Tanto basta per terrorizzare e spesso annientare chi si trova davanti. Anche i più forti. Per informazioni chiedere a Maradona e Zico. Per il difensore sono state 71 le presenze in nazionale. Da CT dell’Under 21 ha messo la firma sulla vittoria dell’Europeo di categoria del 2004. Qualche nome di quella squadra? Amelia, De Rossi, Barzagli, Gilardino, Sculli, Palombo, Rosina e Caracciolo e tanti altri. Talenti dell’epoca, plasmati dall’ardore del Feroce Saladino.

Fulvio COLLOVATI

Fulvio Collovati interviene su un avversario davanti agli occhi di Diego Armando Maradona
Credits: Bob Thomas – Getty Images

Se vieni convocato nonostante una retrocessione in Serie B della tua squadra, sei uno di indubbia affidabilità e di alto rendimento. Annata maledetta causa Totonero per il Milan 1979-80, ciclone che si abbatte sul calcio italiano con vittime eccellenti come i rossoneri e la Lazio. Una tempesta che non turba Fulvio Collovati, centrale e libero che esordisce in azzurro nel 1979 e che Bearzot convoca durante la movimentata estate del 1980 per i Campionati Europei. Scelta coraggiosa che Collovati ripaga come sempre, con la pecca del rigore decisivo fallito nella finalina con la Cecoslovacchia per il terzo e quarto posto. Amarezza cancellata dalla gioia di Spagna ‘82, dove Fulvio gioca e convince in mezzo a quella linea che fa parte della Storia del nostro calcio e che inevitabilmente non può non finire nella nazionale del decennio. Alla fine della sua avventura azzurra Collovati conta cinquanta presenze in nazionale e tre reti.

Gaetano SCIREA

Gaetano Scirea con la maglia della Nazionale durante la finale mondiale del 1982 contro la Germania Ovest
Credits: Mark Leech – Getty Images

«Con Gaetano Scirea se n’è andata una delle facce più pulite del nostro calcio». Le parole sono di Gianni Mura, che racchiude in modo mirabile l’approccio in campo e alla vita di Gaetano Scirea, libero di ruolo – di cui è stato interprete magistrale – e difensore pulito e corretto, che ha fatto del gioco pulito in campo e fuori il suo marchio di fabbrica. Sono 78 le presenze in nazionale per Gaetano, di queste dieci sono da capitano, con due gol realizzati: l’esordio è a ventidue anni, quando nel 1975 l’Italia affronta la Grecia. Il primo gol è nel 1980, nel pareggio contro la Polonia. Con Bearzot un binomio indissolubile: Enzo lo convoca nel 1978 al Mondiale argentino e lo porta con sé fino a Messico 1986. L’ottavo di finale contro la Francia è la sua ultima gara in azzurro. Ultima di una serie splendida, che ha il suo momento più alto nei fatti accaduti tra i mesi di giugno e luglio 1982, dalle parti di Madrid.

Antonio CABRINI

Estadio de Sarrià, 29 giugno 1982: Antonio Cabrini in azione contro l’Argentina

Il Bell’Antonio e le sue scorribande sulla fascia sinistra. Pupillo di Bearzot, che lo convoca ai mondiali del 1978, Cabrini è il prototipo del terzino di moderna concezione, corsa, gamba e tecnica per una difesa che vede ancora la marcatura a uomo quella da prediligere. Sbaragliati negli anni tutti i potenziali concorrenti, il posto di terzino sinistro è stato il suo per quasi un decennio, con la gioia immensa di Spagna ’82 – lo ricordate il suo rigore sbagliato in finale? – e con tante piccole e grandi soddisfazioni nel corso degli anni. Capitano dopo Messico ’86, è il diretto predecessore sulla fascia sinistra di Paolo Maldini. Chiude la sua storia azzurra nel 1987, qualificazioni all’Europeo dell’anno successivo. Chiude con 73 presenze, dieci da capitano, corredate da ben nove gol.

Bruno CONTI

Bruno Conti durante la spedizione messicana del Mondiale del 1986 in Messico

MaraZico. Come una laurea, più di una laurea. La Roma nel cuore come unico grande amore, la Nazionale come attestato di una qualità immensa. Un diavoletto inarrestabile, tecnica brasiliana unita alla fantasia e alla corsa. Tutto sinistro, ma anche questo relativo. Impossibile raccontare in poche righe il talento di Bruno conti da Nettuno, protagonista indiscusso dei Mondiali del 1982 e scelto da Pelé come miglior giocatore della rassegna. Lo trovi in ogni zona del campo, dribbling, lanci, scatti, impossibile da fermare, altrettanto impossibile contestualizzarlo in un ruolo preciso. Semplicemente Bruno Conti. Per lui 47 presenze in azzurro e cinque reti. Abbiamo provato anche a contare gli assist…

Marco TARDELLI

Madrid, stadio Santiago Bernabeu. Domenica 11 luglio 1982. Ore 21:19. Marco Tardelli ha appena segnato il secondo gol dell’Italia durante la finale contro la Germania Ovest e si produce nel suo celeberrimo “Urlo”

Quel grido di liberazione è stato quello di milioni di italiani. Decisivo contro l’Argentina, storico nella finale contro la Germania Ovest, padrone del centrocampo contro tutto e contro tutti: questo è stato Marco Tardelli per la nazionale italiana, grinta e tecnica per una mezzala moderna come ben poche all’epoca. Una crescita ed una evoluzione che hanno reso la sua interpretazione del ruolo tra le migliori al mondo in quegli anni. L’urlo della sua rete ai tedeschi è nella storia e soprattutto nei cuori di tutti noi, e forse non a caso quella rete è stata l’ultima con la maglia azzurra di Tardelli. In azzurro 81 presenze, sei reti e nove volte capitano, con la fascia ricevuta da Dino Zoff nel maggio del 1983.

Gabriele ORIALI

Le “cure” di Karl-Heinz Rummenigge per fermare Gabriele Oriali durante la finalissima della Coppa del Mondo del 1982

Le presenze in azzurro non sono così tante rispetto ad altri, ma nell’immaginario di tutti Lele è il mediano per eccellenza, quello a guardia della difesa, che rompe, intercetta e riparte, quello con i cuori e i polmoni al servizio di quelli più talentuosi. Ma grande lo è davvero Gabriele Oriali, musa ispiratrice per chi al talento ha sempre anteposto il sudore e la fatica, ritagliandosi centimetro dopo centimetro la strada verso la gloria. Mai quella personale, o comunque non solo. Per quelli come Oriali la squadra viene prima di tutto. L’esordio in azzurro arriva nel 1978, durante una amichevole contro la Spagna. Da lì a diventare titolare il passo è stato brevissimo, e altrettanto breve la strada verso la gloria del Santiago Bernabeu.

Giancarlo ANTOGNONI

Giancarlo Antognoni con la maglia della Nazionale durante il vittorioso match contro il Brasile
Credits: Sport – Popperfoto via Getty Images – Getty Images

Il ragazzo che in maglia viola giocava guardando le stelle si è guadagnato il suo anche con la maglia azzurra, con la quale si è contraddistinto anche per le occasioni perdute causa sfortuna. Partecipa ai Mondiali del 1978 e agli Europei del 1980, ma è con Spagna ’82 che si consacra, pur combattendo, come del resto per la sua intera carriera, con una sfiga, ci si permetta il termine, che nel nostro calcio ha avuto pochi eguali. È un fuorigioco che non c’è a togliere a Giancarlo la soddisfazione del sigillo durante Italia-Brasile con il potenziale gol del 4-2, ed è un fallo di un rude giocatore polacco a metterlo ko per la finale contro la Germania. Per Antognoni sono 73 le presenze con l’Italia e sette le reti azzurre segnate. Troppo poche per un talento come il suo. Classe 1954, ha esordito a vent’anni, con l’ultima presenza nel 1983.

Alessandro ALTOBELLI

Alessandro Altobelli festeggia dopo aver battuto per la terza volta Harald Schumacher, portiere della Germania Ovest. Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, esulta in tribuna: «Non ci prendono più!»

Un bomber vero, il nostro Spillo. Con i club e con la nazionale, dove in sessantuno presenze mette a segno venticinque reti, media spaventosa per uno dei centravanti più forti della storia del nostro calcio. C’è all’Europeo del 1980, segnando però le sue prime reti ufficiali al Portogallo sempre nello stesso anno. Non si perde neanche Spagna ’82, entrando al posto di Ciccio Graziani e mettendo il sigillo di quella storica notte con la rete del 3-0. Il vizio del gol non lo perde mai, visto che ad esempio in Messico mette a segno quattro delle cinque reti messe a segno dalla nostra Nazionale al Mondiale messicano. Chiusa l’era Bearzot, Spillo è uno dei traghettatori del nuovo corso di Vicini, diventando anche capitano degli azzurri in otto partite. Il suo ultimo grande palcoscenico è quello dell’Europeo 1988, uno dei “grandi vecchi” del nuovo corso di Azeglio. Si toglie pure lo sfizio di segnare una rete. Un vizio che non si è mai voluto togliere.

Paolo ROSSI

Estadio de Sarrià, 5 luglio 1982: Paolo Rossi si sblocca finalmente contro il Brasile e batte per la prima volta il portiere avversario, Valdir Peres

Tecnicamente abbiamo avuto in quegli anni qualcuno di meglio. E non stiamo scoprendo nulla, né siamo noi a scoprirlo. Ma a livello di simbologia, nessuno mai come Pablito, l’Araba Fenice che risorge dalle proprie ceneri, viene convocato in nazionale dopo la squalifica e Bearzot lo porta addirittura a Spagna ’82, al posto di un attaccante niente male come Roberto Pruzzo. Le prime tre partite sono da dimenticare, ma i grandi sanno farsi attendere e sanno quando tornare a colpire. Tre reti al Brasile, due alla Polonia, una alla Germania: ecco Pablito Rossi, forse non il più grande di tutti, ma certamente grande quando era necessario esserlo. Uno che sa cosa vuol dire far gol: lo testimoniano le nove reti messe a segno tra i Mondiali del 1978 e del 1982. Non inserirlo in un undici ideale di quegli anni azzurri avrebbe rappresentato un torto alla Storia. Per lui quarantotto presenze e venti gol in azzurro.

Commissario Tecnico: Enzo BEARZOT

Il Vecio viene portato in trionfo dai suoi ragazzi dopo il trionfo di Madrid. Si riconoscono: Gentile, Scirea, Dossena, Collovati e l’allenatore in seconda, Cesare Maldini

«Primo: non prenderle! Secondo: è imperativo, vincere. Terzo: non c’è un terzo punto perché i primi due han già detto tutto». Tutta la filosofia del Vecio in poche parole, come è sua abitudine. Siede tra i grandi ed a ragione Enzo Bearzot, 104 panchine azzurre dal 1975 – i primi due anni insieme a Fulvio Bernardini – al 1986, un periodo di permanenza per un commissario tecnico semplicemente assurdo per il calcio moderno. Non per quegli anni, e non per Bearzot, vero artefice della magia che ha portato l’Italia a vincere il mondiale di Spagna. Talento, forza morale, unione del gruppo, coraggio nelle scelte. Quel ragazzo di diciotto anni di nome Giuseppe e di cognome Bergomi, schierato nella finale contro la Germania Ovest, dice tutto dell’idea di calcio alla base della carriera del Vecio. Uno che manca.

A disposizione

È impossibile metterli tutti. Ed è già stato complicato mettere giù questa formazione, senza mancare di rispetto a nessuno, però qualche altro nome vogliamo farlo, qualcuno che in questa squadra può starci benissimo. Eccoli qua, così come ci tornano in mente: Ciccio Graziani, Giovanni Galli, Salvatore Bagni, Franco Causio, Sebino Nela, Roberto Bettega. Nomi e volti del calcio di quegli anni, quello che è impossibile da dimenticare e che vede una nazionale mai così vicina nella sua storia al cuore dei tifosi.