Bela Guttmann e la maledizione del Benfica

23 Maggio 2020

La scaramanzia, ovvero ritenere che un determinato oggetto o comportamento sia capace di attirare la fortuna o il suo esatto contrario. Razionalmente parlando, nessuno di noi ci crede. Dopotutto siamo nel 2020, mica nel Medioevo. Già, però quando andiamo allo stadio indossiamo sempre la stessa maglia della nostra amata squadra, magari vecchia e consunta, ma che ci riporta inevitabilmente a quella gioia remota del primo successo visto dagli spalti, magari insieme a nostro padre o al nostro migliore amico. E guai a non osservare alcuni rituali pre-partita. Insomma, all’atto pratico siamo un po’ tutti superstiziosi. E le maledizioni? Dai, ora non esageriamo, le maledizioni, no. A quelle effettivamente non ci crediamo proprio. È roba da vodoo caraibico, da videogame alla Monkey Island o da film di avventura in stile Indiana Jones. La realtà è ben altra cosa.

Eppure la questione può essere affrontata da tutt’altro punto di vista se si verificano le seguenti condizioni: punto primo, sei nato a Lisbona; punto secondo, tra i biancoverdi dello Sporting, i gloriosi cugini del Belenenses e le aquile del Benfica hai avuto la fortuna – o la sfortuna in questo caso – di innamorarti calcisticamente dei più blasonati biancorossi. Dopotutto, se vedi una squadra, la tua squadra, perdere undici finali internazionali consecutive, nove a livello di competizioni senior e due in ambito giovanile, è legittimo chiedersi se ci sia qualcosa che travalichi il semplice concetto di scalogna o di quello che gli 883 cantarono come “fattore S”. E questo “qualcosa” effettivamente c’è.

Circa sessanta anni fa, infatti, un allenatore che ha fatto della sua vita un romanzo non privo di pagine avvolte da un’aura di mistero, ha lanciato un anatema contro il Benfica: «Da qui a cento anni nessuna squadra portoghese sarà due volte campione d’Europa e il Benfica senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni». Ecco allora che gli ingredienti per un sortilegio sembrano esserci tutti. La prima parte del maleficio è stata spezzata nel 2004 da Jose Mourinho, capace di bissare il successo europeo ottenuto dal Porto nel 1987. Purtroppo per l’altra regina del calcio portoghese, la seconda parte dell’oscuro incantesimo prosegue immutata dal 1962, trovando conferme anche in tempi recenti nelle finali di Youth League perse contro Salisburgo (2014) e Barcellona (2017) ed in quelle di Europa League, che hanno visto Chelsea (2013) e Siviglia (2014) uscire vincitrici ai danni dei lusitani. A questo punto, se fossimo nei panni dei dirigenti del Benfica, un pensiero sullo Special One lo faremmo volentieri.

Facendo un passo indietro nel tempo, scopriamo che lo sciamano che ha condannato il club di Lisbona a un secolo di delusioni è stato anche uno dei suoi allenatori più vincenti, ossia l’Ebreo errante Béla Guttmann, nato a Budapest nel 1899 e scomparso a Vienna nel 1981. O almeno così dicono le cronache, perché visto il personaggio che andremo a delineare nelle prossime righe, non ci sarebbe da stupirsi nel vederlo riapparire come se nulla fosse su qualche panchina, magari anche ringiovanito. Ma prima di diventare il primo allenatore di calcio vincente a livello globale, prima di lanciare la sua indelebile impronta nella storia dello sport più popolare al mondo, prima di trasformarsi da tecnico di successo a maestro delle arti occulte, Béla Guttmann è stato un ottimo calciatore con qualche presenza nella nazionale ungherese, presenze che sarebbero state indubbiamente di più se il giovane Béla non avesse appeso dei topi morti alle porte dei dirigenti federali durante una trasferta. Più che uno scherzo, roba da magia nera.

Il Guttmann calciatore spende la sua carriera (1917-33) tra Ungheria, Austria e Stati Uniti, paese in cui fa fortuna con l’Hakoah All Stars di New York, una sorta di Harlem Globetrotters del calcio finanziati dall’alta borghesia israelita newyorkese. I guadagni dell’ungherese però non escono indenni dal crollo di Wall Street del 1929. Guttmann è ridotto sul lastrico, ed è un episodio da tenere a mente non per accanimento, ma per comprendere al meglio gli accadimenti futuri. Ridotto in povertà, Guttmann attraversa l’oceano atlantico ed inizia ad allenare nell’area mitteleuropea mentre in Germania iniziano a spirare i venti del nazionalsocialismo. Non proprio il periodo migliore per fare ritorno a casa. Dopo l’Hakoah Vienna, club in cui ha militato a lungo anche da calciatore prima del trasferimento negli States, sfiora il titolo in Olanda con l’Enschede nel 1935-36. La mancata vincita fu quasi di sollievo per la dirigenza. Infatti il lauto premio-scudetto voluto fortemente da Guttmann avrebbe quasi certamente condotto la società olandese nel baratro del fallimento.

Nel 1937-38, il tecnico magiaro torna all’Hakoah, ma il regime nazista scioglie tutte le istituzioni che nascono sotto la stella di David e la società di Guttmann è costretta chiudere i battenti. L’ungherese ripara in patria per sedere sulla panchina dell’Ujpest (1938-39), con cui fa in tempo a vincere il titolo nazionale e la Mitropa Cup prima che le persecuzioni razziali e il conflitto mondiale deflagrino in tutta la loro inaudita violenza.

A questo punto Guttmann, fa mostra delle sue doti magiche e svanisce. Il dato certo è che fortunatamente sopravvive all’olocausto, a differenza di larga parte della sua famiglia. Le fonti non concordano sul “come” sia riuscito a scampare alla tragedia. Secondo alcuni riesce a fuggire miracolosamente da uno dei tanti treni della morte. Secondo altri emigra in Brasile, ma c’è anche chi lo colloca in Svizzera. L’ipotesi più accreditata, riportata nella splendida pubblicazione “The Greatest comeback: from genocide to Football Glory” di David Bolchover, lo vuole rifugiato a Budapest nel sottoscala della bottega di proprietà cognato. La verità probabilmente non la sapremo mai, per cui ci limitiamo a prendere atto che sicuramente la disgrazia ha bussato ancora una volta alla sua porta e che dalla disgrazia Dio lo ha salvato, per citare le parole con cui Guttmann ha sempre sbrigativamente condensato il racconto di quegli anni bui. A questo punto un altro dio, quello del calcio, ne approfitta per fare di lui quello che non ha potuto di fare di Arpad Weisz, la cui carriera è terminata brutalmente ad Auschwitz, o non potrà fare di Erno Egri Erbstein, il cui destino si compirà di lì a poco sulla collina di Superga.

Dopo il conflitto Guttmann, riprende ad esercitare la sua professione di allenatore. Inizialmente sembra abbia perso la sua magia, quella calcistica. Dopo il Vasas (1945) e il Ciocanul (1946), è alla guida dell’Honved (1947) dove arriva al litigio con Ferenc Puskàs durante l’intervallo di una gara. “Controlla la stella e controllerai la squadra”, era una dei dogmi sui cui poggiava il suo credo professionale. Caduta la colonna portante dell’autorevolezza dell’allenatore, Guttmann si dimette all’istante e dopo il fattaccio, senza colpo ferire, se ne va.

Su indicazione del connazionale e già citato Erbstein, suggerimento risalente a qualche mese prima della tragedia aerea del grande Torino, lo ingaggia il Padova (1949-50) che lo retribuisce in natura con forniture di generi alimentari. Il suo carattere non è gradito a vertici e spogliatoio e i veneti lo mandano via “per fatti concreti appurati da indagini ineccepibili che intaccano direttamente la responsabilità personale dell’allenatore”. Lo chiama la Triestina (1950-51), ma viene licenziato anche qui…

Dopo una parentesi da assistente con la sua Nazionale (1952), lo ritroviamo incredibilmente sulla panchina del Quilmes (1953). Nella Serie B argentina Dio solo sa come ci sia finito. O forse neanche Lui. Comunque, nuovo continente, stesso epilogo. L’avventura dura appena sei giornate, poi l’ennesimo esonero. Lo cerca il Boca, ma Guttmann spara cifre assurde, specialmente per un allenatore che non sembra stia vivendo la sua stagione migliore. E allora, sempre nel 1953, se ne va altrettanto inverosimilmente a Cipro, per dirigere l’APOEL Nicosia. Ma non finisce qui, perché nello stesso anno lo chiama il Milan per sostituire l’esonerato Morselli. Probabilmente dietro questo rientro nel calcio che conta c’è la mano del CT della nazionale italiana nonché ex tecnico rossonero: l’ungherese Lajos Czeizler. A Milano, Guttmann esibisce i lati positivi e negativi che connotano il suo personaggio controverso. È un allenatore carismatico, autorevole, che basa il suo calcio sulla psicologia – disciplina in cui è laureato – e sulla fisicità, adeguando lo schema tattico agli interpreti.

Dal punto di vista squisitamente tecnico, predica la semplicità: passaggi elementari e ravvicinati nei pressi dell’area avversaria perché: «Piccola cosa più piccola cosa fa grande capolavoro». Alla base di tutto deve esserci una preparazione fisica solida e strutturata, imprescindibile per dominare l’avversario specialmente se più dotato tecnicamente. Praticamente una summa di Mourinho, Guardiola e Boskov, con i limiti dettati da una non brillante gestione delle relazioni interpersonali e da una scarsa propensione alla mediazione, specialmente se di mezzo ci sono i soldi. Il Milan del trio svedese Gre-No-Li conclude terzo. Guttmann, che ha occhio per i giovani, lancia in prima squadra un giovane Cesare Maldini, così come contribuirà alla crescita tecnica di un altro futuro CT azzurro, Azeglio Vicini, mentre siederà sulla panchina vicentina (1955-56). Il secondo anno in rossonero sembra quello giusto, anzi è quello giusto, perché il Milan vince il campionato. Ma Guttmann, subentrato a novembre, viene esonerato a febbraio con i rossoneri al comando. Le ragioni del licenziamento in tronco non sono chiare: probabilmente il presidente Rizzoli non ha gradito la flessione di rendimento della squadra negli ultimi turni o ha gradito ancora meno la baruffa avuta in un locale proprio con il connazionale Czeizler. Non manca la versione che vede Guttmann aver richiesto un ritocco al suo ingaggio con conseguente rottura tra lui e i vertici societari. Sta di fatto che dopo questa esperienza Guttmann farà mettere nero su bianco in ogni contratto che non potrà essere esonerato da primo in classifica.

Nel 1956 fa quindi ritorno all’Honved, nelle vesti di direttore tecnico. E anche questa volta il timing non è dei migliori visto che il ’56 è l’anno che consegna alla storia la Rivoluzione Ungherese. A seguito della repressione sanguinaria messa in atto dall’esercito sovietico, parte dell’Honved si rifiuta di rientrare da una trasferta di Coppa dei Campioni. Durante una tournée sudamericana di quel che resta dei magiari, Guttmann decide di fermarsi a San Paolo del Brasile. Con il principale club della città, il São Paulo, vince il titolo paulista. Ma ciò che conta di più è la rivoluzione tattica che il pioniere ungherese porta con sé. Guttmann sconquassa e conquista il calcio brasiliano con il suo 4-2-4. Il suo vice, l’oriundo Vicente Feola, prende buona nota e lo trapianta nella Seleção quando sarà chiamato a dirigerla. Il resto è storia, con il Brasile che inizia a collezionare Coppe Rimet anche grazie a una non trascurabile presenza di autentici fenomeni nel suo undici di base, Pelé in primis.

Dal Brasile al Portogallo, Guttmann rientra ancora una volta in Europa. Con il Porto (1958-59) vince il campionato e impressiona i rivali del Benfica, che gli fanno un’offerta che supera quella già piuttosto ricca del club di Oporto. Con le Aquile, Béla Guttmann entra a pieno titolo nell’Olimpo del calcio: scopre e impone in prima squadra il giovanissimo mozambicano Eusebio e porta una squadra composta interamente da giocatori portoghesi a vincere, una coppa nazionale, due scudetti e due Coppe dei Campioni consecutive (1961 e 1962).

Il punto più alto della storia dello Sport Lisboa e Benfica coincide con l’inizio della sua sventura. La Coppa dei Campioni del 1962, che coincide con l’ultimo trofeo internazionale ad aver fatto ingresso nella bacheca del club, è stata conquistata con un roboante 5-3 ai danni del più quotato Real Madrid di Puskas e Di Stefano. Guttman sa di essere l’allenatore più vincente del momento. «Sono caro, ma conveniente, perché vinco». Forte di questo suo personalissimo slogan chiede alla dirigenza un premio pari al 65% del suo stipendio. La risposta non è quella attesa. Il tecnico più avanguardista dell’epoca si trasforma in un papa nero e lancia la sua scomunica i cui effetti sono tangibili fin da subito.

Nel settembre dello stesso anno i lusitani perdono la coppa intercontinentale contro il Santos di Pelé, nel 1963 e nel 1964 escono sconfitti dalle due milanesi in altrettante finali di Coppa dei Campioni; ma non basta perché quattro anni dopo sono i Red Devils di George Best a trionfare sul Benfica nella massima competizione europea per club. Dopo quindici anni di anonimato, quasi a voler far cadere nell’oblio l’anatema, il Benfica affronta l’Anderlecht in finale di Coppa UEFA, ma ad esultare sono ancora gli avversari. Nel 1988 i biancorossi perdono ancora una finale di Coppa dei Campioni, questa volta contro il PSV Eindhoven, ma ci riprovano due anni dopo nella finale che li vede affrontare il Milan a Vienna, proprio nella città dove è sepolto (così sembra…) Guttmann.

Eusebio, divenuto dirigente, fa visita alla tomba del suo ex allenatore, confidando che una preghiera spezzi la maledizione. Il sacro per combattere il profano. È una contraddizione in termini che non può funzionare e infatti non funziona, al Prater di Vienna fanno festa Rijkaard e compagni. Delle altre finali degli anni duemiladieci abbiamo già detto. Non resta che aspettare la prossima finale, ma intanto c’è qualcuno che a Lisbona giura che di vedere ogni notte lo spettro del Golem aggirarsi per i vicoli l’Alfama di Lisbona anziché nelle strade dello Josefov di Praga, come la tradizione ebraica imporrebbe. Forse, a guardarlo bene, quel Golem ha le sembianze di Bela Guttmann. L’ultima sua magia.