Dall’inferno al paradiso in 24 ore, rigorosamente con una pinta in mano

15 Giugno 2020

Storia, letteratura e leggenda. C’è una manifestazione importante che riporta il calcio a casa, c’è una generazione di talenti tanto bravi quanto incompiuti, c’è una maledizione che dura dal 1966 e che impedisce a quelli che hanno inventato lo sport più bello del mondo di vincere a livello di nazionale qualcosa di significativo. C’è un giocatore che è il fulcro della nazionale dei Tre Leoni, circondato da robusti alfieri – do you remember Paul Ince, my dear? – a proteggere le sue visioni verso gli attaccanti, gente tipo Shearer e Sheringham. Quel giocatore abbaglia, sui campi dell’Europeo 1996 come forse mai in carriera, e anche per via della discutibile scelta dei capelli biondo platino. Solo che non si parla di vittorie, non questa volta. Si parla di illusioni, di normalità e di felicità, mai come in questo caso rette parallele destinate a non incontrarsi mai. Si parla del più grande talento espresso dall’Inghilterra degli Anni Novanta, lontano anni luce dai lustrini dell’era di Beckham. Si parla del gol da favola di Paul Gascoigne agli Europei inglesi del 1996 contro la Scozia. Lancio, pallonetto sul difensore, destro al volo. Esultanza “sedia del dentista”, una cosa decisamente degna del personaggio. Quel gol, un raggio di luce nel cielo londinese del 15 giugno 1996, una poesia degna di un talento come quello di Gazza. Forse una delle ultime scritte da Paul John, nome doppio in onore di McCartney e Lennon. Gascoigne, icona nostalgica di un calcio che non c’è veramente più, e di una nazionale d’Albione ancora tradizionalmente e orgogliosamente inglese, nel gioco e nell’anima.

Gascoigne, la letteratura applicata al calcio

Per parlare di quel gol usiamo per prima cosa le parole di Nick Hornby, cantore del calcio per eccellenza (e se non avete letto Febbre a 90° provvedete subito!). Lo scrittore racconta Gascoigne come se stesse facendo la telecronaca della prodezza di Gazza contro la Scozia. “Paul possiede intelligenza calcistica a palate (ed è un’intelligenza abbagliante, che comporta, tra le altre doti, una sorprendente coordinazione e la capacità di sfruttare all’istante una situazione che nel giro di due secondi non sarà più la stessa), tuttavia è evidente e leggendaria la sua assoluta mancanza del benché minimo buonsenso”. Il manifesto di una carriera in poche righe, un talento fenomenale sempre a un passo dalla gloria personale. Vuoi per lo spirito, vuoi per la testa, vuoi per gli eccessi, vuoi per tutta un’altra serie di dinamiche che lo hanno reso comunque immortale nei ricordi di tutti, inglesi e non, biancocelesti e non. Perché Gazza, quando è arrivato in Italia, era il miglior giocatore inglese in quel momento. Non è bastato per diventare grande, in tutti i sensi. Del resto, la concezione di Paul del calcio e dunque della vita è sempre stata piuttosto chiara. Il divertimento prima di tutto. Lo spirito di un bimbo nel corpaccione di un uomo.

Tradizione e orgoglio: l’Inghilterra di Venables

Terry Venables porta agli Europei del 1996 una squadra ambiziosa e spiccatamente “inglese”, nella filosofia e nel gioco. La grinta di Tony Adams e Paul Ince, l’esperienza di David Seaman e quella di Stuart Pearce, la saggezza di David Platt, la fantasia di Darren Anderton e Steve McManaman e un reparto offensivo fenomenale con Alan Shearer, Teddy Sheringham, Les Ferdinand e Robbie Fowler. In mezzo a disegnare il gioco c’è Gascoigne, che arriva all’Europeo dopo le polemiche della vigilia sulla sbronza presa insieme ad alcuni compagni alla fine del ritiro. Tutta documentata sui tabloid, dove è finita con dovizia di particolari, come sempre, in particolare con la descrizione della “sedia del dentista”: un giocatore inglese a turno – presenti Teddy Sheringham e Steve MacManaman – si siedono con la testa all’insù su una sedia, gli altri provvedono a far scendere nella gola del “malcapitato” ogni tipo di bevanda alcolica disponibile in quel momento. Del resto, era il compleanno di Paul, cosa si poteva pretendere di diverso? Foto e commenti al vetriolo, l’Europeo di Gazza – di quella vicenda fu ovviamente protagonista – inizia come peggio non potrebbe. Sostituito durante la partita d’esordio contro la Svizzera – a Shearer risponde Kubilay Türkyilmaz, che per chi segue queste pagine non ha certamente bisogno di presentazioni – il torneo di Paul sembra destinato a far discutere solo e soltanto per quella vicenda avvenuta ad Hong Kong. Poi arriva la Scozia, dove ha incantato nella stagione appena terminata con la maglia dei Rangers.

Il talento di Mr. Gazza

Il pareggio all’esordio impone alla nazionale inglese di vincere il derby contro la Scozia. L’Inghilterra passa al 53’, un’azione che più britannica non si può: McManaman apre per Gary Neville, che crossa in mezzo, dove arriva Shearer che di testa mette dentro (con la sua classica esultanza, sempre uguale e sempre emozionante). Fischia l’inizio il nostro Pairetto. Gli inglesi premono, ma la Scozia – è la squadra di Andy Goram, di Colin Hendry, di Calderwood, di McCall e di McAllister, di McKinlay e di Durie – non demorde e solo un miracolo di Seaman nega il pareggio sul colpo di testa di Gordon Durie, che poco dopo viene toccato in area da Adams. Rigore. Tira McAllister, para Seaman. Serve il colpo di genio, quello del ko. Serve Gascoigne. Il portiere rinvia, MacManaman stoppa e serve Sheringham, che lancia in profondità Gazza. Qui arriva tutto il repertorio del centrocampista inglese, tutto il genio e la sregolatezza che lo hanno contraddistinto nella sua carriera, nel bene e nel male. Pallonetto ad anticipare Hendry, la palla non ha il tempo di toccare terra: Gascoigne si coordina e di destro batte il compagno di squadra Andy Goram. Una prodezza, una perla, una genialata degna dei grandi della Storia del Calcio, un qualcosa da vedere e rivedere, da mostrare alle scuole calcio quando si parla dei fondamentali. Una poesia, un ballo delicato e sfrenato allo stesso tempo. Paul mette in scena la descrizione che ha fatto di lui Hornby, non solo nella parte relativa al talento ma anche in quella dell’assoluta mancanza di buon senso. Perché mentre tutti o quasi avrebbero esultato in maniera normale, Gazza ripete la scena della “sedia del dentista” che tanto ha fatto discutere. Si getta a terra e si lascia dissetare dal compagno Sheringham che versa nella bocca di Gazza una sorta di bevanda energetica. Un genio assoluto, che si fa beffe del politicamente corretto. Come del resto ha sempre fatto. Ma quel gol e quella partita lo mettono al centro del cuore di un intero popolo. È di fatto il momento più dolce della sua tormentata carriera. Dopo le magie di Italia ’90, Gazza si stava riprendendo quello che la sfortuna e soprattutto lui stesso hanno tolto alla sua vita e alla sua carriera.

Paul Gascoigne ha appena scagliato il pallone verso la porta difesa da Andy Goram, mentre Colin Hendrie, appena scavalcato dal pallonetto di Gazza, rimane a terra

Gazza inizia a volare

Sulle ali dell’entusiasmo, l’Europeo di Gascoigne è un continuo crescendo. Assoluto protagonista contro l’Olanda, regala una grande prestazione anche contro la Spagna ai quarti e quasi riesce ad evitare la maledizione dell’Inghilterra. La semifinale contro la Germania è quasi decisa da Paul, vicino, vicinissimo, a segnare il primo golden gol della storia. Ma la Storia non non si gira dall’altra parte, e prende alla lettera l’ormai famigerata profezia di Lineker. «Il calcio è un gioco semplice: ventidue uomini rincorrono un pallone per novanta minuti, e alla fine la Germania vince». Teorema applicabile perfettamente agli inglesi. Prima il 1990, adesso il 1996. Sempre ai rigori. E Gascoigne sempre protagonista in entrambi i casi. Le lacrime sono le stesse, quelle di un uomo sensibile che sa di aver perso, stavolta non per colpa sua, il treno più importante della sua carriera. Come l’ammonizione nella semifinale del mondiale italiano (avvenuta comunque prima della vittoria finale dei tedeschi). Da quella gara in poi il volo di Gazza in nazionale comincia a planare, terminando dopo una manciata di partite: l’ultima presenza con la maglia dei Tre Leoni è del 29 maggio 1998 contro il Belgio. Una amichevole. Paul esce al minuto 50.

Primo derby, primo gol

Il Newcastle prima, il Tottenham poi. Le meraviglie di Italia ’90 e l’arrivo nel 1992 alla Lazio, quella di Fiori e Orsi, di Bergodi, Corino e Gregucci, di Doll, Fuser, Sclosa e Stroppa, di Marcolin e Winter, di Riedle e Signori. Mai banale, mai normale, ma in campo subito protagonista, scegliendo l’occasione migliore. All’Olimpico c’è il derby, Boskov sulla panchina della Roma, Zoff su quella biancoceleste. È il 29 novembre del 1992. Segna Giannini, Gazza pareggia e si commuove. In biancoceleste Paul gioca per tre stagioni, funestate dal terribile infortunio in allenamento del 7 aprile 1994. Dopo uno scontro con il giovanissimo Nesta, Paul si rompe tutto, e torna a giocare esattamente un anno dopo. La sua ultima presenza con la maglia della Lazio è quella del derby del 23 aprile 1995. Sfortunato e talentuoso in campo, generoso e amante degli scherzi con i compagni. Il personaggio Gascoigne è tutto qui. Il suo allenatore Zoff lo ha definito «Un grandissimo artista che ha disperso la sua arte». Termina la sua storia con la Lazio dopo 47 presenze e sei gol. E tantissimi momenti esilaranti che tutti ricordano, negli spogliatoi, sul pullman, durante gli allenamenti.

La resurrezione scozzese

Torna grande con la maglia dei Rangers. Resta in Scozia dal 1995 al 1998, gioca, vince e torna a convincere, pur senza farsi mai mancare quei momenti che lo hanno reso personaggio che va ben oltre il semplice calcio. La gara è quella con l’Hibernian, i Rangers stanno già vincendo. Paul trova il cartellino giallo per terra e ammonisce l’arbitro che lo ha appena perduto. Vince qualsiasi cosa in Scozia e torna di nuovo grande. In mezzo la splendida avventura di Euro ’96 e quel gol agli “amici” scozzesi che lo ha reso immortale. Dopo i Rangers è il turno del Middlesbrough, dell’Everton e del Burnley, della parentesi cinese con il Gansu Tianma e di quella americana con il Boston United. La storia del calciatore Paul Gascoigne termina nel 2004, seguita da spesso anonime e talvolta mai cominciate avventure in panchina.

Buono, tormentato, sfortunato

La vita e la carriera di Paul Gascoigne si intrecciano si dividono tra storia e leggenda, tra mito e letteratura. Impossibile raccontare tutti gli aneddoti disponibili su Gazza. Le uniche due certezze sono il talento sconfinato unito a un carattere spesso troppo estroverso, un’infanzia difficile, il vizio dell’alcol e una generosità d’animo sconfinata come la sua fantasia in campo. «A Paul Gascoigne nessuno può o potrà mai volergli male, perché è sempre stato di una generosità unica. Se gli dicevi: “Gazza, bello quell’orologio, dove l’hai comprato?”, lui era capace di sfilarselo dal polso e di regalartelo. E non è un modo di dire, perché lo ha fatto veramente», così Beppe Signori racconta Paul. Ma forse ancora più emblematiche sono le parole di Nesta. «All’epoca avevo quattordici anni, ero alle prime sessioni di allenamento con la prima squadra. Lui era stato l’acquisto più costoso nella storia della Lazio e quel giorno stavamo lavorando a campo ridotto. Mi fece un paio di brutti falli ma io, essendo un giovane, non dissi una parola e continuai a giocare. Ad un certo punto ho provato a fermarlo con un tackle un po’ troppo duro e gli causai la frattura di tibia e perone. Nessuno mi disse niente e Paul, una volta tornato dall’intervento alla gamba mi tranquillizzò dicendo che non era colpa mia e mi diede cinque paia di scarpe e un kit da pesca. Non ho idea del perché del gesto, ma era proprio da lui». Le cadute e la risalita, la polvere e l’altare, il suo essere vittima consapevole di essere ancora quel ragazzo di Gateshead e per questo parte di quel popolo che lo ama. Gazza è l’odore dei limoni di Montale, che rende ricchi anche quelli che non hanno un soldo, Gazza che potrebbe essere degno protagonista del film Big Fish, Gazza che è quel ragazzo che si commuove per il gol nel derby, per l’ammonizione contro la Germania e per la sconfitta con i tedeschi ad Euro ’96. Gascoigne è nostalgia vera, perché quel calcio che lui racconta non c’è di fatto più. È poesia, è rammarico di tutto quello che avrebbe potuto essere e che non sarà mai. È nostalgia nel più puro senso della parola.

“Were here, shake your woman and drink your beer”. Gazza Boys Forever.

di Yari Riccardi