Di Stefano e il record che nessuno potrà mai superare

4 Luglio 2020

Dal Don Chisciotte di Miguel de Cervantes al Don Giovanni di Mozart, passando per i don Abbondio e don Rodrigo di manzoniana memoria. Il mondo del teatro e quello della letteratura sono pieni di celebri personaggi con questo appellativo: abbreviazione del termine “donno” e in uso già dalla metà del Duecento, esso rappresenta un vero e proprio titolo, tanto in Italia quanto in Spagna.

Dalle parti di Madrid, sponda Merengues, c’è un “don” che è molto più importante di tutti quelli su menzionati. Si tratta di Don Alfredo Di Stefano, uno dei calciatori più forti di tutti i tempi.

Icona madridista e precursore di quello che sarà il “calcio totale”, la Saeta rubia (letteralmente Freccia bionda) è un attaccante dall’infinita classe e spirito di sacrificio: aiuta in difesa, imposta il gioco e, soprattutto, va in gol. Eccome se va in gol: tra Argentina, Colombia e Spagna conquista il titolo di capocannoniere dieci volte, risultando un vero e proprio goleador dei due mondi. Insomma, Don Alfredo è il primo esempio di calciatore universale: centravanti, ma anche ala, mezzala, mediano e terzino. Svaria in qualsiasi punto del campo e il tutto a una velocità spropositata per l’epoca. Ripercorriamo, dunque, la carriera del fenomeno nato Buenos Aires, il 4 luglio del 1926 da genitori emigranti italiani, tra innumerevoli successi, qualche flop e record impossibili da battere per chiunque calpesterà il rettangolo verde nei secoli dei secoli.

Unico calciatore a segnare in cinque finali consecutive di Coppa Campioni (vinte, tra l’altro)

Un connubio indissolubile e leggendario, quello tra Di Stefano e il Real Madrid, nato quasi per caso. Nel 1952 la società Blanca organizza un torneo amichevole nella capitale spagnola, il River Plate viene invitato a partecipare, ma declina consigliando la sostituzione con i Millonarios. Di Stefano, dopo essersi già affermato col River e prima con l’Huracan, gioca nei colombiani dal 1949 perché il calcio argentino è in crisi e a Bogotà c’è l’El Dorado (un’epoca di particolare ricchezza per il calcio colombiano, escluso dalla FIFA dalle competizioni internazionali, ma che permette di alzare considerevolmente gli stipendi, attirando numerosi giocatori di rilievo, tra cui appunto la Saeta rubia).

I Millonarios partecipano al torneo e lo vincono, superando le Merengues per 4-2 con una doppietta di Di Stefano che fa innamorare il presidentissimo Santiago Bernabeu che lo vuole subito alla sua corte. È un trasferimento a dir poco travagliato: il Real si accorda con i Millonarios, mentre il Barcellona tratta con il River Plate (ultimo club riconosciuto dalla FIFA). Dopo un tentativo di mediazione da parte della Federcalcio spagnola, fallito miseramente, i catalani si ritirano e Di Stefano può vestire la camiseta blanca che ne fa una leggenda: 308 reti in 396 partite ufficiali che portano alla vittoria di una Coppa di Spagna, otto campionati, due Coppe Latine, cinque Coppe Campioni, una Coppa Intercontinentale (a livello di squadra) e due Palloni d’Oro, cinque Pichichi e due titoli di capocannoniere nella Coppa dalle grandi orecchie (a livello individuale).

E sono proprio relativi a questa competizione due record che nessuno mai potrà togliergli: l’essere il miglior marcatore di sempre della Coppa Campioni con quarantanove gol – oggi infatti si gioca la Champions League e non più la storica coppa – e il fatto di aver vinto e segnato in cinque finali consecutive del massimo torneo europeo per club.

Una carriera gloriosa e un contributo straordinario alla causa madridista che porta Don Alfredo alla nomina di presidente onorario del clubdal 2000, all’intitolazione dello stadio del Real Madrid Castilla – la squadra riserve delle Merengues – e all’assegnazione del “Trofeo Alfredo Di Stefano”, dal 2008, al miglior calciatore della massima divisione spagnola da parte del quotidiano sportivo Marca.

Gioca in diverse nazionali, ma non partecipa mai ai Mondiali

Escludendo le partite della “Colombia XI”, i cui incontri non sono ufficialmente riconosciuti dalla FIFA per via dello scisma interno al calcio colombiano che vide la Dimayor separarsi dalla Federazione portando al periodo dell’El Dorado, Di Stefano disputa sei partite con l’Argentina e trentuno con la Spagna.

Esordisce ventunenne con la maglia dell’Albiceleste e contribuisce immediatamente alla vittoria della Coppa America del 1947, con sei gol segnati in sei partite. A causa del rifiuto della Seleccion di partecipare alla Coppa del Mondo del 1950, dovuto alla grave crisi economica, l’attaccante perde la prima opportunità di giocarla.

Ottenuta la naturalizzazione, esordisce con la Spagna nel 1957, ma le Furie Rosse non riescono a staccare il pass per Mondiali del 1958. Con la Roja riesce a qualificarsi solo alla fase finale della Coppa Rimet del 1962, ma stavolta è un infortunio a impedirgli di giocare. Con l’addio definitivo alla Nazionale, dopo la competizione in terra cilena, non riuscirà mai più a disputare una partita della fase finale della Coppa del Mondo.

Il solo allenatore a trionfare sia col Boca Juniors che col River Plate

Sia chiaro, la carriera da allenatore di Don Alfredo non è maiuscola come quella da giocatore. Anzi, è costellata da diversi esoneri, tra i più clamorosi quello dal Real Madrid, di cui prende la guida nel 1982, succedendo al dimissionario Vujadin Boskov, ma che è costretto a lasciare dopo meno di due anni per i risultati poco esaltanti. A questi ne seguiranno altri, ma, nonostante i vari, umani flop, mister Di Stefano ha un record difficilmente eguagliabile: è l’unico argentino ad aver vinto sia sulla panchina del Boca Juniors che su quella del River Plate. Nella fattispecie il torneo Nacional del 1969 con gli Xeneizes e quello Metropolitano del 1981 con Las Gallinas.

In ventiquattro anni da commissario tecnico, l’ex Saeta rubia riesce a conquistare appena cinque titoli nazionali – oltre ai due campionati argentini, vince una Primera Division nel 1970-71 e quindici anni dopo la Segunda Division col Valencia, mentre alla guida del Real Madrid porta a casa la Supercoppa di Spagna del 1990 – e un solo trofeo internazionale, la Coppa delle Coppe 1979-80 sempre col il club valenciano.

Vincitore dell’unico “Super Pallone d’Oro” della storia

Andiamo con ordine: cos’è, intanto, il Super Pallone d’Oro? Nel 1989, a trentatré anni dal primo Ballon d’Or – vinto da Stanley Matthews a discapito proprio di Don Alfredo – France Football decide di assegnare un trofeo speciale, chiamato Super Pallone d’Oro. A contenderselo quei fuoriclasse che, nel corso della propria carriera, hanno vinto almeno due palloni d’oro. Di Stefano compare in questa speciale lista di campioni, grazie ai premi del 1957 e del 1959 e conquista il Super Pallone d’Oro sbaragliando la concorrenza di altri cinque mostri sacri del calcio in lizza per il premio: Beckenbauer, Cruijff, Keegan, Rummenigge e Platini.

Cosa ci ha lasciato Don Alfredo

Di Stefano non mai nascosto di amare il denaro, il buon cibo, i vestiti di classe e il lusso in generale: anche per questo è il precursore non solo del calcio, ma soprattutto dei calciatori di oggi.

«Per diventare bravi giocatori occorre pensare giorno e notte al pallone – racconta al suo biografo ufficiale, Cesar Pasquato, a fine carriera – ed i giovani che vogliono fare solo quattrini senza fatica o svolgere altri mestieri, anche soltanto per distrarsi, mentre giocano da professionisti, sbagliano, perché infallibilmente toglieranno, anche senza accorgersene, tempo prezioso al loro mestiere. Io non sono mai stato molto disciplinato nella vita privata, ho bevuto botti di vino e ho mangiato quintali di pesce fritto, ma tutto questo mi serviva per stordirmi e non pensare ad altro. E dormire. In sostanza io mi sono mortificato in campo in allenamenti durissimi, mentre nei giovani d’oggi c’è la tendenza ad allenarsi poco e a non saper soffrire. Gli allenamenti duri, massacranti, estenuanti, sono indispensabili ad un campione, formano il campione. A me hanno dato l’ossatura. Il campione deve essere ambizioso ogni giorno di più, ogni giorno più ambizioso del giorno prima».

Con questo insegnamento di vita, Di Stefano dimostra di aver già capito in che direzione sta andando il mondo, lanciando un appello alle nuove generazioni. Un uomo, quindi, prima che un talento cristallino capace di incantare col pallone tra i piedi, il desiderio inarrestabile di successo gli ha permesso di arrivare sempre prima degli altri, sia sul rettangolo verde che nella vita. Insomma, una Saeta rubia, dentro e fuori il campo.

di Edward Margarone