Com’è nato il 3-4-3 di Zac?

1 Aprile 2020

Come il microonde. La penicillina. E la coca-cola. Non serve chiamare il centro di igiene mentale se osiamo fare un parallelo tra questi tre elementi e la genesi del 3-4-3 varato dal festeggiato odierno: Alberto Zaccheroni. Va bene che oggi è il primo di aprile, ma il nostro salamelecco al mister che più volte ci ha fatto conquistare familiarità con il significato della locuzione “sgranare gli occhi” è tutto fuorché una burla.

Leggenda vuole che il marchio di fabbrica che lo ha consegnato agli altari dell’eternità calcistica, almeno in patria oltreché in Giappone per i motivi che poi vedremo, nasca quasi per caso. Quasi com’è accaduto per le scoperte di cui sopra. Ma se il fattore incidentale ha avuto un peso specifico non indifferente nei tre casi in esame, lo stesso non può dirsi per “l’invenzione” tattica che stiamo vivisezionando sotto la nostra lente d’ingrandimento. Anzi, nel nostro caso influiscono – e non poco – componenti fondamentali quali il coraggio, la visione tecnica e la totale disponibilità dei suoi “operai” in campo. Ingredienti che hanno contribuito a raccontare molte delle pagine più gloriose della storia dell’Udinese.

Alfiere della working class in campo e nostro narratore d’eccezione per raccontare l’esperienza triennale di Zac sulla panchina dei friulani è Alessandro Calori, capitano del sodalizio bianconero dal 1994 al 1999. Il luogotenente sul rettangolo verde del tecnico di Meldola ci ha raccontato come è nata la felice parabola che ha portato un tecnico esordiente nella massima serie ed una “provinciale di lusso” a conquistare i vertici del torneo più bello del mondo.

Credits: Matthew Ashton/EMPICS via Getty Images

«Era un allenatore giovane, orgoglioso e preparato. Arrivò da noi con una travolgente ambizione e con la volontà di trasmetterci nuovi concetti per darci la coscienza di poter fare qualcosa di innovativo ed importante. Infondendoci la consapevolezza di poter aspirare a raggiungere dei traguardi più prestigiosi». Tutto ciò, però, non si raggiunge esclusivamente con i proclami, ma conquistandosi pian piano la fiducia di tutta la “truppa” a sua disposizione. «Sposammo le sue idee gradualmente e con il tempo, ma ci fece capire che con il lavoro e l’applicazione ogni obiettivo era raggiungibile. Ovviamente anche lui – prosegue Calori – dovette conquistarsi la nostra fiducia. Fummo inizialmente “curiosi” di conoscerlo più approfonditamente, ma la sua capacità di infondere fiducia nei nostri mezzi e di trasmetterci il suo credo furono decisive nel lungo periodo».

Zaccheroni arrivò ad Udine con le candide vesti dell’esordiente assoluto in Serie A. La sua escalation fu inarrestabile, considerando la triplice promozione consecutiva che l’ha portato dall’Interregionale alla Serie B conquistate con Baracca Lugo (due) e Venezia (una). Convitato di pietra della stagione era Giovanni Galeone, sollevato dal suo incarico dalla famiglia Pozzo nonostante la promozione conquistata solo pochi mesi prima. I patron friulani furono colpiti da quel Cosenza che, mentre l’Udinese dominava il campionato cadetto 1994-95, rivaleggiava con le pretendenti alla promozione, nonostante una penalizzazione di nove punti.

Concetti chiari, idee innovative e una grande carica carismatica. Sono ingredienti fondamentali per creare la necessaria sinergia nel gruppo e farlo veleggiare verso stimolanti lidi sconosciuti. La prima stagione viene disputata seguendo i dettami dogmatici del 4-4-2 nel quale si fanno notare Bierhoff e Poggi. Il centravanti tedesco è stato acquistato dall’Ascoli, con cui si è già reso protagonista qualche anno prima, dominando la classifica dei marcatori con venti gol. Ad affiancarlo c’è il fido Paolino che Zac ha già conosciuto durante la sua esperienza in Laguna con il Venezia. Il tandem d’attacco si rivela affiatato ed il corazziere tedesco, alla fine dell’anno, mette a referto ben diciassette gol. L’Udinese plana tranquillamente verso la salvezza, levandosi la soddisfazione di battere la Juventus, Campione d’Italia, alla nona giornata.  

Il nome di Zaccheroni, adesso, inizia a farsi spazio fra le perplessità e la curiosità degli addetti ai lavori, assurgendo a paradigma di qualità ed innovazione al servizio del risultato. Nell’estate che precede l’inizio del campionato 1996-97, il tecnico romagnolo si ritrova fra le mani con l’eroe teutonico dell’Europeo inglese appena archiviato: Bierhoff ha trascinato la Germania al successo nella finale di Wembley. Per rinforzare l’attacco arriva il ventiduenne Marcio Amoroso dal Flamengo, mentre Rossitto resiste alle lusinghe delle grandi. Tra i pali, invece, ecco Luigi Turci. L’allenatore, al termine della sessione di acquisti, afferma: «È stato un mercato fantastico»

Sebbene tutto faccia presagire per il meglio, la stagione inizia proprio con il grave infortunio dell’estremo difensore proveniente dalla Cremonese che si rompe il perone, stesso destino che subisce Stroppa dopo uno scontro con Fresi durante lo sfortunato debutto in campionato contro l’Inter. Vittoria di misura dell’Inter con gol di Sforza. Tuttavia, il campionato prosegue con alterne fortune. Alla decima giornata il Parma fa visita ai friulani: i ducali lottano per il vertice e, dopo il gol allo scadere del primo tempo di Zé Maria, subiscono il veemente ritorno dei padroni di casa che ribaltano il risultato grazie all’autorete di Apolloni ed alla doppietta di Bierhoff. Proprio l’ariete tedesco è lo sfortunato protagonista del match: in chiusura d’incontro s’infortuna gravemente alla caviglia. Dovrà star fermo per due mesi.

Nello scacchiere di Zaccheroni finalmente pare liberarsi un posto per il giovane brasiliano Amoroso, che scalpita in panchina, ma non riesce a scalfire le granitiche certezze dell’allenatore. Ora che Oliver non è più disponibile, però, le attenzioni si concentrano su Claudio Clementi, centravanti che il tecnico ha già allenato a Venezia. Proprio come Poggi. Il carioca non digerisce certo con il sorriso sulle labbra questa nuova delusione ed è in questo episodio che la figura di Calori, piglio da capitano, si rivela profetica e buona consigliera: «In vista del match contro la Fiorentina – racconta Calori – Zaccheroni scelse di nuovo Clementi a scapito di Amoroso, il quale non esitò certo a manifestare il suo malcontento, dichiarando apertamente di voler lasciare la squadra. In quella occasione mi imposi, anche in maniera veemente, ricordandogli quanto fosse importante il suo apporto, quanto tutti sapessero che fosse forte e che avrebbe dovuto accettare serenamente le indicazioni del mister, anteponendo il bene del collettivo a quello personale. Gli dissi – continua Calori – che avrebbe dovuto pensare soltanto all’Udinese ed a giocare come sapeva. Così facendo, avremmo vinto anche grazie al suo aiuto. Destino volle che vincemmo contro la Fiorentina per 2-0 grazie ad una doppietta di Amoroso. Tuttora scherziamo su questo episodio e Marcio mi ricorda ancora come quella “lavata di capo” gli cambiò positivamente la carriera».

Coincidenza? Forse marginalmente. Ma un pizzico di Zac c’è. Eccome. Si creano così le condizioni per vedere all’opera uno degli attaccanti più promettenti dell’intero campionato. La lontananza dal campo di gioco di Bierhoff consente a Marcio di macinare minuti ed esperienza, conditi puntualmente con il gol. L’Udinese sta tirando su una squadra giovane, smaliziata e spregiudicata. Come il loro tecnico. E tutto il lavoro compiuto durante la settimana si riverbera positivamente sulle prestazioni dei friulani che scalano le posizioni in classifica.

Il capolavoro che suggella il Passaggio a Nord Ovest di Zaccheroni verso il “nuovo mondo” ha luogo proprio lì dove in pochissimi sono riusciti a compiere l’impresa, facendo la storia: «Ci presentammo al Delle Alpi per sfidare la Juventus. I bianconeri erano in piena lotta per lo Scudetto, erano reduci dal 6-1 rifilato al Milan a San Siro ed avevano appena battuto l’Ajax a domicilio nella semifinale d’andata della Champions League. Non passano neanche due minuti dal fischio d’inizio che Genaux si fa espellere per qualche parola di troppo all’indirizzo dell’arbitro. Ci preparammo mentalmente ad un assalto all’arma bianca, ma Zaccheroni – racconta Calori – ebbe l’intuizione che poi avrebbe dato il “la” al progetto che studiavamo quotidianamente sui campi d’allenamento durante la settimana. Qualunque allenatore che si fosse ritrovato nella sua condizione avrebbe tolto un attaccante per inserire un difensore ed arroccarsi all’indietro. Questo non era il caso del mister, il quale ci aveva sempre spinto a proporre la manovra, piuttosto che subirla. Per questo richiamò Locatelli in panchina per inserire Mimmo Gargo al mio fianco con Pierini. Diede ad Helveg e Sergio il compito di proporsi sulla fascia e lasciò in avanti sia Bierhoff che Amoroso. Mutò così il 4-4-2 iniziale in un 3-4-2 che rappresentò la base sulla quale poi lavorammo negli anni a venire. Ah, per la cronaca, vincemmo 3-0».

Coincidenza? Casualità? Sicuramente s’è fatto di necessità virtù. Fatto sta che, anche in questa circostanza, lo Zac ci mise lo zampino, inventandosi una nuova dimensione per la sua Udinese che gli consentirà di dar la prima, decisa pedata di gas ad un motore pronto ad andare a pienissimi giri. E la prova provata che quel 3-4-3 si cuciva perfettamente addosso a quell’Udinese come un abito di sartoria ci fu la settimana successiva con lo 0-2 a domicilio rifilato al Parma, in piena lotta per lo Scudetto proprio con la Juventus. Al termine del campionato, i friulani riuscirono a conquistare la loro prima storica qualificazione alla Coppa UEFA, scrollandosi di dosso l’etichetta di “provinciale” e facendo il suo trionfale ingresso nel gotha del calcio italiano.

Il capolavoro zaccheroniano sublima, così, l’anno successivo. L’allenatore è alla guida di una macchina perfettamente oliata e, sebbene durante il mercato il centrocampo rimanga orfano di Rossitto, dal Belgio arriva il folletto Johan Walem, mentre dalla Danimarca ecco il moto perpetuo di Martin Jørgensen. Sulla fascia destra l’allenatore rimane folgorato dal talento di Jonathan Bachini. In difesa, invece, gli equilibri non vengono alterati. Vengono così buttate le basi per una cavalcata che traghetta l’Udinese sino al terzo posto, macchiata soltanto dalla disavventura in Coppa UEFA dove i bianconeri vengono estromessi dall’Ajax grazie ad un gol di Shota Arveladze al Friuli ad un minuto dal termine. Rimangono, però, le grandi imprese contro l’Inter di Ronaldo, cui Calori & Co. impongono la prima sconfitta in campionato: «Era una squadra propositiva, con tre attaccanti “veri” che costringevano gli altri giocatori di movimento ad un super-lavoro che, però, veniva ripagato con i risultati che puntualmente ci premiavano. Era questo il segreto di Zaccheroni: convincerci del fatto che si poteva “osare”, essere propositivi, condurre il gioco andando oltre quelli che ritenevamo i nostri limiti se si ovviava alla puntuale applicazione dei suoi metodi e del suo credo. Ci ha dato la consapevolezza – conclude Calori – di avere le caratteristiche di una grande squadra».

Quel terzo posto rimane il diamante più prezioso incastonato in un diadema di valore inestimabile, specie nelle memorie della dirigenza e dei suoi tifosi. Inevitabile che la successiva chiamata di un grandissimo club costituisse l’unica condizione per interrompere il rapporto con i bianconeri. Alberto Zaccheroni viene chiamato per ricostruire il Milan, sommerso dalle macerie di due anni di fallimenti e delusioni. Con lui salutano i friulani anche Helveg e Bierhoff, ma i suoi insegnamenti hanno imprescindibilmente accompagnato i suoi protagonisti durante le loro carriere. Lo dice lo stesso capitano: «Ci ha fatto crescere mentalmente e tecnicamente, toccando le corde più profonde del nostro animo. Non ci ha mai abbandonato la sua carica, sia dal punto di vista umano che tecnico. La stima e la fiducia nei suoi confronti è immutata ed è un piacere sentirci tuttora come se quel legame non si fosse mai interrotto».

Dopo lo scudetto conquistato con il Milan, la parabola di Zaccheroni è proseguita anche oltre i confini, toccando i confini del globo, sino al Sol Levante. Nei quattro anni alla guida del Giappone, ha lasciato il suo imprimatur anche fra i Samurai Blu. È l’unico allenatore italiano ad aver vinto un trofeo internazionale in Asia – la Coppa d’Asia del 2011 – alla guida di una nazionale straniera. Viene addirittura ricevuto dall’imperatore Akihito e, dopo il Mondiale in Brasile del 2014 lascia la panchina nipponica, per riservarsi alcune avventure alla guida del Beijing Guo’an e della Nazionale degli Emirati Arabi Uniti. “Evangelizzare” l’Asia non è mai stato così bello.

Auguri Zac.

Nando Di Giovanni