Il record di Re Roger che nessuno potrà mai superare

23 Giugno 2020

Ci sono uomini che corrono per passione. C’è chi corre per necessità, per scappare dalla guerra o dalle sofferenze. Molti di noi corrono per non far tardi al lavoro. I bambini solitamente lo fanno dietro ad un pallone, il primo amico che si ha sin dall’infanzia. Una sfera di cuoio che rotola in fondo ad una rete. Quella rete immaginaria potevamo disegnarla tracciando una linea retta tra due zaini buttati a casaccio su un campo in terra battuta.

Capita, e non solo nei sogni, che quel pallone calciato da bambini finisca alle spalle di Pumpido all’esordio mondiale in quel di San Siro. Li chiamavano Les Lions Indomptables eppure di indomabile avevano ben poco. Nel 1982 li avevamo incrociati in terra spagnola e a distanza di otto anni si erano trovati nuovamente invitati alla tavola dei grandi. Si proprio loro, i Leoni Indomabili del Camerun. Tanta corsa, poca esperienza, molto divertimento, ma pochi risultati fino a quel momento. La storia del calcio camerunense, quella con la S maiuscola, è incominciata al sessantacinquesimo di un Argentina-Camerun giocata a San Siro, la Scala del Calcio. Mondiali del 1990, i nostri Mondiali, quelli che pensavamo di vincere nella finalissima dell’Olimpico, ma questa è un’altra storia.

Da una parte una banda di carneadi uscita dalla Compagnia dei Celestini di Stefano Benni, dall’altra l’albiceleste Campione del Mondo, per intenderci quelli col Pibe de Oro in campo. Mica noccioline. Omam-Biyik l’aveva buttata alle spalle del portiere argentino con apparente facilità: un colpo di testa molle e il pallone che sfugge all’estremo difensore sudamericano. Contro ogni pronostico, la Nazionale del Camerun si era imposta su Maradona & Co. Il Camerun riuscì persino a finire in nove la partita, mantenendo stoicamente il risultato. Un calcio spumeggiante quello degli africani, intriso di agonismo, divertimento, sudore, voglia di emergere. L’occasione della vita, il classico treno che passa una volta sola. Un po’ tutti ci ritrovammo a tifare per loro: una Nazionale “nuova”, simpatica, colorata, così distante dalle compassate Germania, Belgio, Scozia, squadre “noiose” del Vecchio Continente.

I Leoni Indomabili, il Camerun delle meraviglie. Quanti soprannomi per la prima squadra africana in grado di arrivare ai quarti di finale di un Campionato del Mondo. Le statistiche fredde e ingenerose raccontano la storia con i numeri, ma non hanno la capacità di fotografare un particolare momento storico. All’epoca le rappresentative africane ammesse ai mondiali erano solo due, oltre al Camerun fu l’Egitto a strappare in extremis il pass per Italia ’90. Fino a quel momento il calcio era monopolio di altri. Anche nelle precedenti edizioni le rappresentative dell’Africa Nera erano praticamente degli sparringpartner, non considerando gli exploit delle selezioni “settentrionali” dell’Algeria in Spagna ‘82 e del Marocco a Messico ‘86. Difficile, quindi, immaginare un exploit del continente nero, idealmente relegato a comprimario del calcio che conta.

Il Camerun passa il girone come prima della classe, mettendo in riga Romania e Argentina, quella stessa Albiceleste che andò a giocarsi la finale al posto nostro, contro la corazzata tedesca. Ma anche questa, ahimè, è un’altra storia. E Zenga non è N’Kono. E Schillaci non è Milla. Se l’Inghilterra non avesse bloccato i Leoni africani al San Paolo ci saremmo trovati la squadra di Roger in semifinale. La storia, però, non si fa con i “se” e con i “ma”. La storia si scrive i fatti e i fatti parlano ben chiaro a distanza di trent’anni. Dopo la clamorosa vittoria sui campioni del Mondo, il Camerun affrontò e sconfisse la Romania di Hagi, altra vecchia conoscenza della nostra Serie A. La selezione guidata da Valerij Nepomniachij era capitata in un girone da “cortina di ferro”. L’unica vera sconfitta del Mondiale i Leoni Indomabili la subirono, infatti, contro l’Unione Sovietica: uno 0-4 al San Nicola di Bari. Catastrofico ma indolore per la classifica.

Figlio di un ferroviere, carriera da girovago, trent’anni fa Roger Milla siglò una doppietta storica. Classe 1952, praticamente la stessa età di Claudio Gentile, Roger Milla alla veneranda età di trentotto anni riuscì a entrare prepotentemente nella storia dei Mondiali di calcio. Come nelle favole, Milla si era trovato protagonista del Mondiale italiano. Entrava nella ripresa, timbrava il cartellino e tornava negli spogliatoi. Massima resa con il minimo sforzo. Infatti, al termine della rassegna iridata i gol del centravanti africano furono ben quattro: due contro i romeni e due contro i favoritissimi colombiani agli ottavi di finale.

Camerun-Colombia, partita consegnata alla storia – di cui oggi ricorre il trentennale – sin dalla presentazione dei relativi schieramenti. Fotografie di un calcio che non c’è più, popolato di personaggi leggendari, gente che se non avesse calcato i campi da pallone avremmo comunque visto come protagonisti in qualche film o serie TV. Higuita probabilmente aveva una sfera di cristallo negli spogliatoi, sapeva perfettamente come passare alla storia. L’incontro con Milla fu guidato dalle stelle, dal karma. Il pallone, unico testimone dell’evento, si trovò a gironzolare per la tre quarti colombiana prima di essere arpionato da Milla e gettato in fondo al sacco. Higuita è ancora lì, in mezzo al campo, a distanza di trent’anni, autore di una papera leggendaria ha consegnato alla storia entrambi i protagonisti.

Con la doppietta contro i temibili colombiani finisce la gloria del Camerun ai Mondiali. Il quarto di finale è proibitivo, di fronte ci sono gli inventori del calcio, quelli che se non ci fosse stato il 1966 sarebbero ancora a quota zero trofei mondiali come la Scozia o l’Irlanda del Nord. Il Camerun scende in campo come una cenerentola che non ha nulla da perdere e poco non compie l’impresa. Un calcio di rigore a sette minuti dallo scadere rimette in corsa la nazionale inglese, un altro calcio di rigore, beffardo, nei supplementari, spezza i sogni di gloria degli africani e affida agli oracoli del calcio una semifinale più tradizionale: Inghilterra-Germania.

In tutto ciò, Roger Milla non ha intenzione di smettere di stupire e si ritaglia un posto nell’olimpo del calcio moderno, tant’è che quattro anni dopo a USA ’94 segna il gol più “maturo” della rassegna mondiale, alla veneranda età di quarantadue anni. Oggi è un tranquillo quasi settantenne. Nella sua carriera ha giocato un po’ ovunque: dalla Corsica al Principato di Monaco, fino all’isola di Reunion. Il centravanti africano ha avuto persino l’onore di vestire la maglia del club più titolato di Francia, il Saint Etienne, insidiando nei cuori dei tifosi Verts un calciatore difficilmente rimpiazzabile: Michel Platini.

Sono passati trent’anni. È vero. E non ci sorprenderemmo neanche oggi di vederlo, scarpini ai piedi, inseguire un pallone su un rettangolo verde. Di sicuro più lentamente. Ma con lo stesso, indomito istinto di buttarlo in fondo ad un sacco, fra due pali ed una traversa.

di Cristian Brighenti