L’importanza del numero 10

15 Ottobre 2020

Chi ama e segue il calcio, chi ci ha giocato anche solo per una brevissima parentesi della propria vita, indipendentemente dalle sue doti, ha sognato di portarlo sulle spalle. Indossare quella casacca è sempre stato il sogno di quasi tutti quelli che hanno preso a pallonate la saracinesca del garage di casa o indossato gli scarpini chiodati per scorrazzare su distese di erba o fangosi e spelacchiati campetti di periferia.

Se la professione impone sincerità, distacco, obiettività, il cuore li rinnega. Il calcio è cuore e sentimento e quindi per una volta fateceli mettere al bando. Perché per noi (e non crediamo di essere i soli) il calcio è incarnato soprattutto da chi indossa(va) la maglia numero 10. Sinonimo di fantasia applicata alla pedata, di imprevedibilità, di pause e lampi, di luci accese improvvisamente a rischiarare il buio intorno, di ritmo sincopato e pennellate d’autore.

Regista, trequartista, centrocampista offensivo, seconda punta, se proprio volete dargli una collocazione in campo fate voi… Sarebbe un esercizio di stile fine a se stesso perché tentereste di etichettare ciò che non può essere racchiuso in schemi o numeri prestabiliti, soffocare la vena artistica e ingabbiare come hanno fatto tanti tecnici la magia e la follia, il genio.

Per noi la parola esatta, se dobbiamo usarne una, è fantasista.

Ricostruire la storia della maglia, e dei campioni che l’hanno indossata è un’operazione storiografica che non vogliamo fare qui e ora. Qualcuno ci ha scritto libri belli e importanti al riguardo. Lo spazio a disposizione qui non basterebbe a raccontarne nemmeno una piccola parte e poi probabilmente non saremmo nemmeno in grado di realizzarla con il doveroso distacco.

Staremmo con gli occhi lucidi a raccontarvi le gesta di uomini dotati di tecnica sopraffina e fantasia, ma anche coraggio (quando non vera e propria sfrontatezza) e una notevole capacità di sopportazione del dolore. Eh già, perché non è affatto semplice starsene nel mezzo delle linee nemiche, da soli, a prendere botte e insulti cercando disperatamente un’idea che si trasformi in capolavoro. La verità è che ci vuole fegato a essere un fantasista. Sarebbe meglio dire ci voleva. Già perché ora sono pochi, non nascono, trovano poco spazio nel football imballato nella corsa, nella tattica, nel marketing dei tatuaggi.

Roberto Baggio Usa 94

Il nostro mondo fatto di calcio aveva dei confini stabiliti dai poster che campeggiavano nella nostra stanzetta. Da quello di Baggio a quello di Del Piero, passando per quello Totti, correvano pochi centimetri e tutti e 3 guardavano la parete dove in versione ridotta campeggiavano Maradona, Platini, Zico e Savicevic. Sono state un’infanzia e un’adolescenza felici quelle di chi si è goduto dal vivo o in tv le parabole disegnate dai piedi fatati di questi e altri artisti. Vivevamo un periodo di mutamenti profondi del mondo del calcio, ma non immaginavamo che tutto sarebbe cambiato al punto da farli praticamente estinguere.

Il 4-4-2, gli assurdi schemi disegnati alla lavagna, il pressing, il fuorigioco esasperato, le tattiche sempre più difensivistiche (anche quando venivano e vengono propagandate come all’avanguardia) hanno finito per uccidere le farfalle che svolazzavano nella terra di nessuno, quella “trequarti” dove il tempo scorreva ad una velocità diversa e aveva regole tutte sue.

Nell’epoca della grande normalizzazione i trequartisti erano considerati pericolosi rivoluzionari e nel calcio tutto velocità di oggi per loro c’è poco spazio, a meno che non accettino di migrare in zone meno calde del campo. Oggi i calciatori possono essere considerati alla stregua di atleti olimpici che raramente ci concedono show di pura tecnica. Ormai siamo più abituati a goderci lo spettacolo dell’intensità, sulla quale la Premier League fonda il suo successo; siamo abituati a vedere giocatori perfettamente indottrinati, in grado di coprire il campo alla perfezione, di seguire gli schemi e i dettami. Si è persa però la giocata tra le linee, si è detto addio all’imbucata del trequartista, si è detto addio al colpo di genio estemporaneo del 10 che galleggia nella trequarti avversaria; si è detto addio alla spasmodica ricerca del tocco di fino. Oggi si cerca la perfezione umana, e non più la giocata divina. Il gioco ha assunto contorni diversi, molto spesso migliori. Però il calcio di una volta, anche se più lento e per certi versi meno spettacolare, portava con sé una magia diversa, la magia del 10, quella espressa dalla fantasia al potere.

E no, non possiamo permetterci di non poter sognare più dei nuovi Baggio, Totti o Del Piero.