Privacy Policy Quando a Valencia facemmo il suo nome, un gruppo di tifosi diventò pallido all'improvviso

Quando a Valencia facemmo il suo nome, un gruppo di tifosi diventò pallido all’improvviso

13 Settembre 2021

Vi è mai capitato, durante un vostro viaggio iberico, d’imbattervi in quale tifoso del Valencia? Molto probabile. D’altronde è una delle squadre con maggior seguito di tutta la Liga, accompagnata dal calore e dalla passione dell’Estadio Mestalla. Come ogni fede, ci sono idoli indimenticabili, autori di gesta che scaldano il cuore. Ma è altrettanto vero che, come kryptonite per Superman, esistono personaggi che evocano i sintomi più disparati: dal pallore improvviso all’amnesia volontaria che sfocia in rimozione, fino alla disperazione. Beh, uno dei Beetlejuice per i tifosi bianconeri è sicuramente Daniel Fonseca. Se non avete mai fatto una prova, potreste sempre togliervi lo sfizio di farlo dopo avervi ricordato il motivo di tale reazione.

In un Napoli ancora frastornato dalla traumatica fine dell’era Maradona, in una calda notte di fine estate del 1992, ecco splendere la figura di un ragazzo uruguaiano, originario della capitale Montevideo. Daniel Fonseca, dopo le buone stagioni con la maglia del Cagliari, sbarca all’ombra del Vesuvio, ritrovando Claudio Ranieri, il tecnico che lo ha accompagnato dalla panchina dei sardi nell’anno del suo debutto assoluto in Serie A. L’uruguaiano ha lasciato un ottimo ricordo al Sant’Elia, terzo dei tre uruguaiani, insieme a José Oscar Herrera ed Enzo Francescoli, a scendere dalla scaletta dell’aeroporto di Elmas nell’anno immediatamente successivo ai Mondiali di Italia ’90.

Dopo due anni in rossoblù conditi da diciassette reti in campionato ed una gran quantità di assist, il Napoli di Ferlaino mette sul piatto ben dodici miliardi di lire per assicurarsi il suo cartellino, con l’obiettivo di farlo crescere accanto ad un mostro sacro come Careca, uno dei pochi reduci in squadra della doppia impresa tricolore degli anni precedenti. L’inserimento è pressoché immediato, tant’è che, pronti via, nella terza uscita ufficiale con la maglia del Napoli, Daniel fa innamorare subito i suoi nuovi tifosi. Fonseca, infatti, sfodera una prestazione devastante, storica, che rimarrà impressa negli almanacchi calcistici e che soprattutto, lui stesso, ricorderà per tutta la vita.

Dopo il quarto posto della stagione precedente, il Napoli si qualifica per la Coppa UEFA, affrontando subito ai trentaduesimi di finale – che competizione! – una squadra di tutto rispetto: il Valencia. È mercoledì 16 settembre 1992 e Daniel ha spento ventitré candeline neanche settantadue ore prima: quale migliore occasione per regalarsi un’impresa davanti ai trentamila spettatori presenti sulle tribune dell’Estadio Mestalla? Certo, la maggioranza rappresentata dai tifosi di casa che a fine gara malediranno il fatto di aver assistito dal vivo alla sua notte stellare.

Per il Valencia targato Guus Hiddink i guai iniziano già dopo venti minuti. Lancio al bacio di Gianfranco Zola per l’uruguaiano: il numero 11 ospite scatta sul filo del fuorigioco, brucia sullo scatto Camarasa, e con un comodo tiro di sinistro buca Sempere. Gli spagnoli si illudono quando al quarto d’ora della ripresa, Roberto Fernandez approfitta di una svista di Francini e batte Giovanni Galli per quello che sarà l’unico sorriso spagnolo della serata. Una gioia che evapora rapidamente. La partita diventa incandescente, Quique Sanchez Flores esagera e finisce anzitempo sotto la doccia. L’espulsione del difensore di casa darà la svolta definitiva alla partita, come ammise negli anni successivi lo stesso Fonseca.

Il Napoli ringrazia e il suo contropiede va a nozze nelle praterie valenciane. Thern suggerisce in verticale per Fonseca, i difensori di casa sono ancora sorpresi dalla rapidità del sudamericano che, dopo venti metri in solitaria palla al piede, si presenta davanti a Sempere e lo beffa, riportando gli ospiti in vantaggio dopo appena quattro minuti. Per la prossima tappa dello show del Castoro, ne passano altrettanti. Zola suggerisce un pallone che attraversa tutta l’area di rigore, il primo a raccoglierlo è Policano che completamente esente da qualsiasi marcatura avversaria va sul fondo e mette al centro il più classico dei “cioccolatini”, per il più facile dei gol. Valencia-Fonseca 1-3. Ma non finisce qui.

La difesa spagnola continua ad essere una fonte inesauribile per i nuovi spunti della Gialappa’s Band. Pallone che viene regalato a Francini, che molto semplicemente serve il liberissimo Fonseca pronto a percorrere l’autostrada che ha davanti a sé e che lo porta dritto davanti al povero Sempere, per il poker partenopeo. E quando manca un minuto dalla fine, l’ennesima amnesia della squadra di Hiddink facilità gli imprendibili scatti in profondità dell’attaccante partenopeo, che entra in area, mette a sedere il portiere spagnolo e certifica la sua serata indimenticabile con il pokerissimo che demolisce il morale di tutti gli spagnoli accorsi al Mestalla. Il gol più dello della serata. Daniel Fonseca entra nella storia insieme a Bründl, Petkov, Capkovic, Löhr, Hechtor, Van Basten (a cui si aggiungeranno poi Ravanelli e Aduriz), per avere segnato cinque gol in una sola partita di Coppa UEFA.

Un’impresa ancora più importante, come tenderà poi a sottolineare lo stesso attaccante sudamericano, arrivata in un calcio che ai tempi eri decisamente più maschio, selvaggio, a differenza di quello attuale, più tutelato dalla miriade di telecamere pronte a immortalare ogni singolo momento della partita. In casa spagnola, quella calda serata di metà settembre verrà ricordata per sempre come una delle peggiori batoste in campo europeo del Els Che, sicuramente la più devastante per quanto riguarda le gare casalinghe. Un 1-5 dalle proporzioni a dir poco imbarazzanti.

Anche se ad onor del vero, un anno più tardi, per il Valencia arrivò una lezione ancora più umiliante. Nel match di ritorno valido per i sedicesimi di Coppa UEFA (edizione vinta dall’Inter), il Karlsruhe surclassò il Valencia per 7-0, poker di Schmitt e gol di Schütterle, Chmarov e Bilic per quello che a tutt’oggi rimane il passivo più pesante della storia europea della squadra spagnola.

di Stefano Carta