Reggio Calabria-Nakamura, non è un addio, ma un arrivederci…

25 Giugno 2020

È l’estate del 2002, fa un caldo infernale ed è un anonimo martedì. Come sempre, mi sveglio presto dall’adrenalina di nuove partite a FIFA per rompere l’attesa del pomeriggio, in cui mi sarei trovato a giocare (ovviamente a pallone) con i miei amici. Ho nove anni. Mio padre, come da routine, mi dà un euro per andare a comprare La Gazzetta del Sud, e obbedisco, da bravo figliuolo. Entro in edicola e prendo il quotidiano. Non mi interessa la politica, né la noiosa attualità. I miei occhi cadono immediatamente sul trafiletto in basso a sinistra. Corro da mio padre per riferirgli la notizia: «Papà! Abbiamo comprato Shunsuke Nakamura!». «Naka-chi?», «Nakamura, dal Yokohama Marinos». «E chi sarebbe? Come mai tutto questo entusiasmo? Sarà la solita mossa di marketing». Non capivo. Poi, lo sento ancora commentare tra sé, con voce infastidita: «Questo non è stato neanche convocato per i mondiali dal Giappone, figuriamoci cosa potrà valere… Sarà come Nanami, l’agente è pure lo stesso».

Il mio entusiasmo viene subito troncato. Il rapporto tra i calciatori giapponesi e la Serie A era piuttosto controverso: Kazuyoshi Miura arrivò al Genoa come grande un prospetto prima di rivelarsi un flop incredibile, nonostante un gol nel derby contro la Sampdoria. Hidetoshi Nakata sembrava rappresentare un’eccezione, ma la sua carriera sembrava già in discesa, dopo soli tre anni disputati a grandi livelli. Per non parlare di Hiroshi Nanami, comprato dal Venezia di Zamparini: un’altra grande meteora. «Questi sono acquisti per far vendere magliette e allargare il mercato in Oriente, mica per migliorare la squadra». Ecco perché quando il quarto giocatore giapponese della storia approdava in Serie A, lo scetticismo dilagava. La conversazione con mio padre finì in quel momento. Mi chiusi in camera e tornai a giocare a FIFA.

Due mesi più tardi, il 22 settembre 2002, al Granillo arrivava l’Inter di Cuper, che aveva da sprigionare una rabbia incontrollabile dopo l’incredibile esito del campionato precedente. La Reggina aveva mal debuttato il campionato, con una triste sconfitta sul campo del Perugia sette giorni prima: Nakamura giocò tutto l’incontro, col numero 10 sulle spalle che aveva ereditato a Ciccio Cozza, grande idolo della piazza, nonché di mio padre, che non accettò di buon grado la cessione del numero. Quella domenica pomeriggio andammo allo stadio. Io, sempre pieno di entusiasmo e ottimismo, e mio padre che, come al solito, era un cronico portatore sano di negatività. Contro quell’Inter, in realtà, c’era poco da sperare, ma sulla nostra squadra erano poste buone aspettative, dopo un ottimo mercato – a parte Nakamura, pensava mio padre – condito dagli arrivi di Castellazzi, Paredes, Di Michele ed Emiliano Bonazzoli.

Quel giorno, Reggio Calabria rivedeva la Serie A dopo un anno di purgatorio e io conobbi il mio primo idolo calcistico. Veniva dal Giappone, aveva capelli perfettamente in tinta con la maglia amaranto, la numero 10 e un’eleganza palla al piede che mi incantò completamente. La partita, tuttavia, si mise subito male: Christian Vieri, con una grande coordinazione, trafisse Castellazzi per il temporaneo 0-1. La Reggina provò ad attaccare, ma non era facile superare la difesa interista con Cannavaro e Materazzi lì al centro. Al novantesimo lo stadio esplose improvvisamente. Cannavaro travolse Savoldi e l’arbitro Rodomonti indicò il dischetto: calcio di rigore per noi. Con personalità da leader, Shunsuke Nakamura, che aveva disputato un buon incontro, smistando dei bei palloni e dimostrando di avere un piede sinistro ben educato – nonostante mio papà continuasse a sminuirne le gesta – prese il pallone in mano e si apprestò a battere il rigore. «Se lo sbaglia, mio padre lo sacrifica», pensai tra me e me, con una paura indescrivibile e un cuore a mille. Nakamura prese la rincorsa e, con un’eleganza degna del miglior David Beckham (e non mi sento di esagerare), insaccò la palla all’angolo sinistro della porta difesa da Toldo. I trentamila del Granillo impazzirono, io non riuscii a contenere la gioia, iniziai a piangere e abbracciai mio padre: «Papà lui è forte!!! Lui è forte!» e lo vidi che, preso dall’euforia, mi fece un gesto come a darmi ragione, cosa che non era mai successa in nove anni di vita, per uno orgoglioso com’era, e com’è. Rimasi ancor più sorpreso e contento dalla sua implicita confessione. Neanche il tempo di finire di esultare che Recoba mise dentro il gol dell’1-2 finale, al 92’. Fu una beffa clamorosa. La mia emozione fu strozzata, ce ne tornammo a casa tristi, e arrabbiati. Io, comunque, nel viaggio di ritorno ripensavo alle azioni di Nakamura e mi sentivo in qualche modo appagato: «Dai, lui è forte davvero. Forse abbiamo preso un vero talento…».

Estate 2005. Stavolta è un lunedì, ma la routine non cambia: esco a prendere il giornale per mio papà e, come attratti da una calamita, i miei occhi cadono sul trafiletto in basso a sinistra della prima pagina: “Reggina: Nakamura va al Celtic!”. Rimango immobile, e ripenso a quei tre anni in cui ogni domenica mi alzavo trepidante in attesa di vedere il nostro numero 10. Non sarà più come prima, senza di lui, pensai subito. Nella mente scorrono in un secondo i suoi gol, i sublimi assist, i lanci calibratissimi e alla mia faccia incantata ogniqualvolta Shunsuke avesse la palla fra i piedi. Per me era la copia con gli occhi a mandorla di Manuel Rui Costa, altro idolo della mia gioventù: in Nakamura rivedevo non solo la tecnica del portoghese, ma anche la sua visione di gioco, il suo modo di accarezzare la palla, alzare lo sguardo e umiliare gli avversari con finte disorientanti. Per tutti i tifosi della Reggina, Shunsuke è stato un portatore di meraviglia, per un popolo tremendamente in debito di spettacolo calcistico: d’altro canto, non poteva essere altrimenti per uno la cui etimologia del nome, in giapponese, porta con sé l’accezione di “eccellenza”.

Nakamura è stato più di un calciatore, più di un numero dieci. È stato colui che ha dato vigore e massimo rispetto alla nostra squadra, con la collaborazione, ovviamente, di tutti i suoi compagni. Era il faro, la luce e la massima speranza del popolo amaranto. Non c’era squadrone che non temesse il giapponese, perché era davvero imprevedibile: da un momento all’altro poteva mettere un compagno davanti alla porta con un lancio da quaranta metri. E poi, ogni punizione dal limite dell’area era un brivido per tutti i nostri avversari, e una speranza per tutti noi. E che gol magnifici che riusciva a fare: ricordo quello a Brescia, il 22 settembre 2003, oppure quello ancor più bello contro il Chievo Verona, in casa, l’anno successivo. Traiettorie talmente precise che sembravano disegnate. Roba che neanche alla PlayStation. Era un fantasista unico, come mai ne abbiamo visti, noi figli dell’Oreste Granillo.

Quell’estate del 2005, Nakamura sentiva il bisogno di provare nuove emozioni e sfide ben più allettanti rispetto a quanto non fossimo in grado di offrirgli. E come dargli torto. Ogni sessione di calciomercato, il suo nome veniva accostato ad Atletico Madrid, Borussia Dortmund, Deportivo La Coruña. Una volta uscì fuori pure la voce di un interesse del Real Madrid. Mai nessuna squadra così forte, prima di allora, era mai venuta a bussare alle porte di Lillo Foti per acquistare un giocatore: Nakamura ci era riuscito e anche per questo aveva fatto guadagnare massimo rispetto per la Reggio Calabria del calcio. Quell’estate, scelse il Celtic Glasgow che gli offriva il ruolo titolare da fantasista e la possibilità di esprimersi da protagonista in Champions League (anche se quell’anno i Celts sarebbero stati clamorosamente eliminati ai preliminari dall’Artmedia Bratislava). Quella mattina per me fu un brutto colpo, sotto il solito caldo cocente delle estati calabresi. «Nakamura se ne va. E ora come lo dico a papà?». Eh sì, perché nel frattempo anche lui aveva lasciato lo scetticismo da parte, divenendo anch’egli un fan del numero dieci giapponese. Lui che raramente, prima di allora, era riuscito a vincere l’orgoglio; lui che odia essere smentito, ammettere gli errori, cambiare opinione.

Entro in casa, e riferisco con timida voce quanto letto: «Ehi, papà, Nakamura è stato venduto al Celtic». «Cosa? Ecco, ora voglio vedere come facciamo senza di lui» e si chiuse in un silenzio. Mio padre non parlò per tutto il giorno. Ora che aveva perso il suo Samurai. Perché Shunsuke Nakamura è stato molto di più di un semplice numero 10.

di Cosimo Bartoloni

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