Undici metri lunghi quattro anni: da Pasadena a Bordeaux, il maleficio spezzato di Roberto Baggio

11 Giugno 2020

Quattro anni. Sono tanti e sono un sussurro, sono una manciata di passi da correre verso un pallone da calciare e sono più o meno 1.400 notti che raccontano sempre e soltanto lo stesso incubo. Notti da scacciare via, anche se nulla potrà ridarmi quello che ho perso quel giorno di luglio del 1994. E nemmeno io potrò mai restituirlo, a me stesso, ai miei compagni e a milioni di persone. Quattro anni hanno una lunghezza ben precisa nella mia mente. Undici metri. E ha la temperatura torrida di Pasadena. Quanto faceva caldo, quel giorno. E quanto eravamo stanchi. Ho appena crossato in area. Un fallo di mano, l’arbitro ha fischiato. È rigore. Stiamo perdendo 2-1. Prendo la palla e mi avvio verso il dischetto. Undici metri. Sono un’enormità. Sono quattro anni, quelli che vanno dal 1994 al 1998. Ne sono successe di cose, in questi anni. Chiudo gli occhi, guardo Tapia. Prendo la rincorsa. Non ho più il codino, non ho più il 10 sulla maglia. Ma il cuore batte sempre allo stesso modo. E il ricordo, quello che blocca il fiato e accelera il cuore, è sempre e solo quello. Ero certo di averlo superato. E invece trattengo il fiato, come i nostri tifosi nello stadio di Bordeaux. Sento caldo, molto, ma non è per il clima francese. E torno indietro di quattro anni. Indietro di undici metri.

Pasadena, 17 luglio 1994

In Italia è una sera d’estate. In America è primo pomeriggio. Siamo arrivati alla finale con il Brasile stremati, su qualsiasi fronte, sia quello fisico che quello mentale. Eppure, ragazzi, che corsa abbiamo fatto per essere qui! Davanti a noi in finale c’è il Brasile di Romario e Bebeto, di Dunga e Mazinho, di Branco, Marcio Santos, Aldair e Taffarel, e di Cafu. Scendiamo in campo alle ore 12:30 americane, questo vuol dire un caldo che rende impossibile anche solo l’idea di giocare a calcio. Franco gioca dall’inizio dopo il suo infortunio al menisco. Anche io sono titolare, ma reduce da una contrattura. È impossibile però anche solo pensare di non esserci. Ho sempre sognato di giocare la finale di un Mondiale contro il Brasile. A prescindere da come andrà, sarò uno di quegli uomini fortunati che potranno dire di aver realizzato un sogno. Oggi è il giorno. Ho sofferto, ho avuto paura, ho pianto. Ma oggi è arrivato quel giorno.

Una guerra di nervi e un bacio al palo

È dura, durissima. Lo sapevamo, ma ogni minuto che passa ci rendiamo conto di giocare contro una squadra decisamente “europea” per essere il Brasile. Ci prova Massaro, replica Branco su punizione. Noi siamo stanchi, inutile nasconderlo. Si fa male Mussi, Baresi non è al meglio, il Brasile sta meglio e si vede. Nella ripresa ho un’occasione su assist di Donadoni, ma calcio alto. Il caldo e i postumi dell’infortunio mi innervosiscono: è una vera battaglia, e nessuno può tirarsi indietro. Non ho intenzione di farlo. Un bacio e una carezza al palo dopo il tiro di Mauro Silva e l’intervento di Pagliuca. Passano i supplementari, restiamo sempre sullo 0-0.

Le lacrime del capitano

Baresi. Alto. Pianto. Il suo e il nostro. È appena rientrato dall’infortunio, è riuscito a fare tutta la gara, è stato eroico. Impossibile fare meglio. Pagliuca para su Marcio Santos, Albertini segna, Romario pure, così Evani e così Branco. Taffarel para su Massaro, Dunga mette dentro. Tocca a me. Se segno possiamo continuare a sperare. Mi avvicino al dischetto e penso “Tiralo forte, tiralo forte”. Se sbaglio, abbiamo perso.

Sette passi e sette pensieri

Mi fa male la gamba, ma non ho intenzione di badarci. Metto il pallone sul dischetto, torno indietro per calciare. Guardo Taffarel. Voglio pensare a come sono arrivato qui. E lo faccio. Ad ogni passo.

L’esordio, la gara con l’Irlanda

Sacchi che mi sostituisce

Quella palla che passa in mezzo a così tante gambe prima di entrare alle spalle del portiere della Nigeria

L’assist di Signori e il gol contro la Spagna

I due gol contro la Bulgaria e lo stiramento

Sono carico, sono pronto. Sto per calciare, quando penso al mio ultimo mondiale, a Italia ’90 e alla delusione di essere entrato solo al settantatreesimo minuto nella semifinale contro l’Argentina.

L’ultimo passo prima di calciare è la parata di Goycochea sulla mia punizione. È il sesto passo.

Cazzo, proprio mentre sto per tirare. Penso a quella punizione, penso a quei rigori. Decido quindi di non calciare come sempre e torno a quel pensiero che mi ha accompagnato prima della rincorsa. Settimo passo. L’ho tirato quel pallone, alto e forte. Troppo alto. E troppo forte. Abbasso la testa, le mani sui fianchi. Intorno il Brasile festeggia e ricorda Senna. Io vorrei essere lontanissimo da lì. La mia sola consolazione? Quella che mi sono ripetuto ogni volta che mi è successo questo in carriera. I rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli. Che poi è verissimo. Solo che stavolta non c’è modo di riparare. Non ci sono altri minuti, non c’è niente. È finita.

Bordeaux, 11 giugno 1998  

Per arrivare qui ho faticato tantissimo. Ho scelto il Bologna, dopo il Vicenza, la Fiorentina, la Juventus e il Milan. In rossoblù per riprendermi il mio posto in azzurro, perché la Nazionale è sempre stata casa mia: in campionato ho segnato 22 reti, ho meritato di essere qui. L’arbitro ha appena fischiato il rigore. È il minuto 85’ di Italia – Cile. Ho fatto un assist assurdo – Pizzul lo ha definito “formidabile” – per Vieri: Maldini lancia, io di prima intenzione servo Christian che segna. Ma i sudamericani sono ostici e ribaltano il risultato. Io prendo molti calci, ma sono in giornata. Ho buone sensazioni e Pasadena sembra lontanissima. Metto in mezzo, Fuentes con la mano. L’arbitro iraniano fischia. Guardo il portiere cileno, ma il mio sguardo va oltre. Va indietro. Di undici metri. Di una vita. Di nuovo la rincorsa, che parte stavolta dal 1984. Ho scacciato via il 1994 per ripartire da più lontano. Di certo tornerà a tormentare i miei sogni, ma non oggi e non adesso Il caldo mi soffoca, ma è l’unica sensazione che mi riporta negli Stati Uniti mentre mi avvio a calciare. Oltre al fatto che Tapia sembra Taffarel. Chiudo gli occhi e faccio il primo passo.

Il primo gol segnato da professionista in campionato con la maglia del Vicenza: un rigore. Buffo no?

Il primo grave infortunio della mia carriera.

La punizione contro l’Uruguay, il primo gol in nazionale.

La rete a Napoli in maglia viola del 17 settembre 1989.

Il gol contro la Cecoslovacchia ad Italia ’90.

La sciarpa che mi hanno lanciato i tifosi della Fiorentina quando tornai al Franchi da avversario.

Il Pallone d’Oro del 1993.

Le vittorie con la Juventus.

I tormenti al Milan.

Il no del Parma e l’arrivo a Bologna.

I 22 gol in rossoblù.

Il sì di Cesare Maldini: sarei andato a Francia ’98.

Tutto questo affolla la mia testa mentre mi avvicino al pallone. Si alternano le immagini della mia vita e della mia carriera, cambiano i colori delle maglie che ho vestito. La costante è il mio amore per la Nazionale. Sto per calciare. E se sbaglio anche stavolta? Per la testa mi è passato di tutto. Forte, di nuovo. Ma stavolta in porta, stavolta angolato. Stavolta è gol. È come un incantesimo che si rompe, è come nelle favole quando il principe si libera dal maleficio e torna a combattere per salvare la sua amata.

Quello che è successo dopo

Quel mondiale sarebbe stato sfortunato per l’Italia. Ma mi resta nel cuore, perché ho dimostrato di poter essere ancora me stesso, ho segnato e ho anche “non segnato” il quasi gol più bello di sempre. Ma questa è decisamente un’altra storia, che non riguarda più quegli undici metri lunghi quattro anni. Poco importa che dopo quel Mondiale avrei giocato soltanto altre quattro partite in azzurro. Avevo un incantesimo da rompere. Come gli eroi, che tornano in scena nel momento più duro. I rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di calciarli. Io l’ho tirato, l’ho sbagliato, mi sono rialzato.

Perché io sono Roberto Baggio, e mi sono sempre rialzato. Ed ogni volta che mi sono rimesso in piedi, penso a tutti quei bambini che hanno sognato di essere Baggio almeno una volta nella loro vita. Mentre calciavo quel pallone, ho pensato a loro. Non so perché, ma è nella loro idea di calcio che mi sono sempre rispecchiato. Avrò sbagliato a Pasadena, ma se sono ancora dentro i cuori di tutti un motivo ci sarà, no? Dal 1998 in poi la mia storia ha conosciuto altre tappe. Alti, bassi, esaltanti. Come la vita, che del calcio è specchio assolutamente degno. L’Inter prima, il Brescia poi. Mazzone, un pezzo del mio cuore. Ancora oggi quando penso al rigore contro il Brasile ho una stretta al cuore, ma poi penso a Bordeaux. E a tutto quello che è accaduto prima e dopo. E a quanto sono lunghi quattro anni. Durano soltanto una rincorsa verso un pallone su un dischetto. Sono lunghi undici metri. Eppure ce l’ho fatta a correre questa rincorsa lunga 1.540 giorni. Ho sbagliato e mi sono rialzato. L’ho sempre fatto. Perché io sono Roberto Baggio.

di Yari Riccardi