Privacy Policy Oggi sono 338, nel 1984/85 gli stranieri in Serie A erano 32 e guardate che nomi

Oggi sono 338, nel 1984/85 gli stranieri in Serie A erano 32 e guardate che nomi

3 Marzo 2021

Premessa. Le sensazioni che mi travolgono mentre mi siedo alla scrivania per ripercorrere le gesta della legione straniera che popolò i campi della Serie A in quella incredibile stagione datata 1984-85 sono ambivalenti e contrastanti: provo orgoglio ed invidia, stupore e consapevolezza. 

Orgoglio per dir di aver sfiorato, seppur solo anagraficamente, quell’epoca titanica durante la quale l’Italia rappresentava la Mecca del calcio. Invidia per non aver ricordi vividi, se non grazie alla caterva di figurine cosparse per la mia stanza. Stupore nel “fare i conti” con la realtà attuale, parametrandola con il passato e, parallelamente, vengo illuminato dalla consapevolezza di come quella Serie A fosse, effettivamente, il campionato più bello ed ambito del globo terracqueo.

Vi basti pensare che, nell’estate del 1984, il capitano del club che si è appena aggiudicato la Coppa dei Campioni sbarca a Genova, sulla sponda blucerchiata. Di certo, la Sampdoria – almeno in quel momento – non rappresentava la quintessenza dell’esotismo del Belpaese su scala europea. Ma vuoi mettere cosa vuol dire cimentarsi con i più forti del mondo? Ed è per questo che, in occasione dei compleanni di Zbigniew Boniek e Arthur Antunes Coimbra – che i più ricordano con il nome di Zico – come potremmo non celebrare le gesta di quei trentadue eroi – rigorosamente due per squadra – che hanno accompagnato il Verona verso la conquista dello storico Scudetto? Roba di veri dei terreni. Roba di eroi. Tanta, tanta roba.

E allora, riavvolgiamo il nastro della memoria e dei VHS per rituffarci in quel meraviglioso torneo.

ASCOLI

José DIRCEU Guimarães

Prima Verona, poi Napoli. Quindi Ascoli. E poi Como, infine Avellino. Cinque squadre in cinque stagioni. Questo gli è bastato per guadagnarsi il soprannome di Zingaro del Calcio. Un talento purissimo ed un sinistro esplosivo, benedetto da Jairzinho, il suo idolo. Il brasiliano, dopo un triennio al Vicente Calderon con la maglia dell’Atletico Madrid, sbarca nel Belpaese al termine del terzo Mondiale con la Seleção. Nell’anno in questione, Dirceu è stato appena “liquidato” da Maradona. Il brasiliano gli ha tenuto in caldo il numero dieci ed il Pibe de Oro ha depennato il suo nome appannaggio del connazionale Bertoni. In estate, dunque, Dirceu è senza squadra. Tuttavia, l’Ascoli di Costantino Rozzi è costretto a rinunciare al cristallino e sfortunato talento di Ludo Coeck, le cui sventure fisiche gli costano la rescissione del contratto. Liberatosi uno dei due slot concessi dalla Lega ad un calciatore straniero, dunque, viene occupato proprio da Dirceu. Nonostante le cinque reti segnate in ventisette match, i marchigiani vengono retrocessi mestamente in Serie B. Un tragico incidente sulle strade di Rio de Janeiro lo strappa alla vita terrena nel 1995, all’età di 43 anni.

Patricio José HERNANDEZ

L’arrivo del centravanti cresciuto nell’Estudiantes in Italia coincide con l’onda di stranieri che travolge il massimo campionato all’indomani della vittoria azzurra in Spagna nel 1982. Viene scelto dal Torino, alla ricerca di un erede di Pulici. Dopo due buone stagioni all’ombra della Mole, condite da quindici reti – di cui ben undici nel torneo 1983-84 – viene ceduto all’Ascoli del vulcanico presidente dai calzini rossi, Costantino Rozzi, che fa affidamento sul bomber della Seleccion per il fabbisogno di reti necessarie a centrare la salvezza. Ed invece, l’esperienza di Hernandez in terra marchigiana si rivela tutt’altro che felice. La squadra non ingrana e, nonostante a Mazzone succeda Boskov, i bianconeri non riescono mai ad issarsi dai bassifondi della classifica. A farne particolarmente le spese è proprio Patricio che non riesce ad integrarsi nella sua nuova squadra ed alla fine del torneo riesce a totalizzare la miseria di due reti. Ritornato in Argentina, Hernandez dimostra di non aver affatto perso lo smalto dell’animale da area di rigore, continuando a segnare nella massima serie fino all’età di trentasei anni.

ATALANTA

Glenn Peter STROMBERG

Chissà se il vichingo svedese che scende le scalette dell’aereo che lo ha appena portato in Italia avrebbe mai immaginato di diventare, nel giro di qualche anno, uno dei simboli senza tempo dell’Atalanta. Glenn Peter arriva a Bergamo all’età di 24 anni e lì rimane fino al termine della sua carriera, giunta otto anni dopo. Nel mezzo, il biondo centrocampista ex Benfica ed IFK Göteborg, ha scritto pagine indelebili nella storia del club orobico. La sua prima stagione all’Atleti Azzurri d’Italia, Stromberg la vive da protagonista assoluto dell’ottimo torneo portato a termine dai nerazzurri di Nedo Sonetti. Ha carisma, tecnica ed un talento che gli consentono di dettare i tempi della squadra, sia quando c’è da attaccare che quando c’è da rintuzzare gli attacchi avversari. Tanto che, in pochissimo tempo, la fascia di capitano finisce sul suo braccio. Quando appende le scarpette al chiodo, Stromberg conta oltre duecento gettoni in campionato che gli consentono di entrare nell’Olimpo della storia del club, quale uno dei sette simboli per eccellenza dell’atalantinità. 

Lars LARSSON

Diametralmente opposto, invece, è lo spartito che il fato riserva al connazionale di Stromberg. Lars Larsson è uno dei più promettenti attaccanti sfornati dalla Svezia nei primi anni ’80. Un laboratorio che consente a squadre come IFK Göteborg e Malmö d’imporsi anche nel panorama europeo, disputando – e nel caso dei Blåvitt, vincendo – finali europee. Il centravanti si fa notare, invece, con la maglia celeste del Malmö e quando l’Atalanta sceglie i suoi stranieri, la scelta si concentra su due dei più grandi prospetti nativi della penisola scandinava. Tuttavia, le attese rimangono alte solamente sulla carta: scende in campo soltanto in tre occasioni durante il torneo di Serie A. La stagione è fortemente condizionata da un infortunio che, dunque, ne impedisce la riconferma. Larsson, dunque, fa ritorno da dove era partito per ricominciare a tessere la trama e l’ordito che lo avevano portato agli onori della cronaca. Purtroppo, un male incurabile l’ha portato via all’età di 53 anni nel 2015.