Da Diego al Fenomeno. 30 campioni marcati dallo Zar

6 Aprile 2021

Il sempre è composto di tanti adesso, dice John Green, giovane e celebre scrittore americano.

Quel sempre, Pietro Vierchowod, lo ha composto piano piano, in sordina, una nota alla volta ma, dopo tanta fatica, da quei frammenti è nata una sinfonia magnifica.

Una carriera lunghissima, cominciata nel 1975 e conclusasi agli albori del nuovo millennio, quando lo Zar andava ormai per i 42.

Nonostante un carattere taciturno e talora ombroso, un gioco maschio e ai limiti della cattiveria agonistica, Vierchowod fu considerato, specialmente dagli avversari, un giocatore e uomo di grande lealtà e correttezza.

Da stopper, ha marcato generazioni di attaccanti imprendibili e goleador ferali, da Boninsegna a Ronaldo, da Platini a Zidane, da Maradona a Pippo Inzaghi, sempre con tempra e tenacia, quasi sempre limitandone estro e reti, grazie alla sua prestanza fisica ed alla sua velocità impressionante, non tanto nel breve, quanto sulle lunghe distanze; Vierchowod ha avuto un passato da atleta con punte sui cento metri in meno di undici secondi.

A 62 anni appena raggiunti, Vierchowod rappresenta il paradigma di un difensore che non esiste più, insieme ad altri muri del passato recente come Couto, Montero, Stam, Nesta, Cannavaro, Hierro, o di un passato un po’ più remoto come Gentile, Burgnich, il furbo e implacabile Pezzey, la leggenda inglese Bobby Moore, il sovietico Albert Shesternev, alias Ivan il Terribile, un nome un programma o, per andare ancora più in là nel tempo, Jose Nasazzi, considerato unanimemente dagli esperti di lungo corso come il difensore più forte della storia del calcio sudamericano; gente che ti stava alle calcagna, la tua ombra, il tuo tormento e se provavi a scappare ti fermava, di riffa o di raffa.

Oggi, per difendere, ci si affida al collettivo, agli schemi, mentre ieri sentivi il fiato sul collo del tuo santo protettore, poco santo e poco protettore, e potevi star certo che ti avrebbe accompagnato in lungo e in largo per tutto il campo, per novanta minuti più recupero, fino al fischio finale, talvolta fino allo spogliatoio.

Andiamo a vedere nel dettaglio venti tra i migliori campioni che Vierchowod ha marcato nel corso della sua carriera, semplicemente il meglio della storia del calcio:

Roberto BONINSEGNA (1979/80)

Il centravanti mantovano ha rappresentato il prototipo dell’attaccante compatto ma esplosivo, di limitata statura ma atletico ed abile nel gioco aereo. Ha conquistato il titolo di capocannoniere in serie A per due stagioni consecutive con la maglia dell’Inter, nel 1971 e 1972 , ma ha saputo distinguersi e brillare anche nella sua precedente esperienza a Cagliari accanto al mitico Gigi Riva, nonché in quella successiva in bianconero, partner di un attacco devastante a fianco di Roberto Bettega. Eroe dell’immortale 4-3 alla Germania 1970, aprì le marcature e confezionò l’assist per il gol decisivo di Gianni Rivera.

Alessandro ALTOBELLI (dal 1980 al 1989)

Secondo Vierchowod, “Spillo” Altobelli da Sonnino è stato uno tra i più forti attaccanti da lui affrontati, per il suo fisico longilineo e scattante e per la versatilità con cui riusciva a bucare la porta degli avversari; era infatti ambidestro, molto abile nel gioco aereo e dotato di una velocità importante. Dopo l’infortunio occorso a Ciccio Graziani nelle battute iniziali della finale del Mundial 1982, entrò in campo e fu uno dei migliori; indimenticabile il suo gol, il terzo, quello della sicurezza, su assist di Bruno Conti dopo una pazzesca sgroppata in contropiede, e la sua esultanza, sfinito, con le braccia in alto e la maglietta azzurra intrisa di sudore e di gloria mentre l’insuperato telecronista Nando Martellini senza perdere la sua proverbiale signorilità, gridava “E sono tre, e sono tre”.

Roberto BETTEGA (dal 1980 al 1983)

Attaccante duttile e moderno, Roberto Bettega è stato un simbolo della storia juventina dai primi anni settanta fino al 1983, anno in cui volò in Canada prima di appendere gli scarpini al chiodo. Vinse ben sette scudetti in bianconero, una coppa Italia, una coppa Uefa e una classifica cannonieri nella stagione 1979-80. Particolarmente aspri e spigolosi i suoi duelli con un giovanissimo Vierchowod che lo definì “agonisticamente cattivo”. Anche in maglia azzurra Bettega ha lasciato il segno, soprattutto nella spedizione in Argentina del Mundial 1978, in cui fu eletto nella formazione ideale della manifestazione.

Roberto PRUZZO (dal 1980 al 1989)

Genovese di Crocefieschi, Roberto Pruzzo ha vinto il titolo di capocannoniere della serie A in tre diverse occasioni: basterebbe questo per dare la perfetta idea del bomber che è stato, in particolar modo con la maglia della Roma. Coi giallorossi ha vinto anche uno scudetto e quattro coppe Italia, sfiorando la vittoria di una coppa dei campioni contro il Liverpool, malauguratamente persa ai rigori, dopo che lo stesso Pruzzo aveva riagguantato il pareggio con uno splendido colpo di testa ed era stato poi costretto ad uscire per infortunio. Permane il mistero di come un giocatore così forte e completo possa aver collezionato solamente sei presenze in Nazionale, di cui tre da subentrato, e zero gol all’attivo.

Paolo PULICI (dal 1980 al 1985)

Brianzolo purosangue, Pulici rappresenta la mera espressione di ciò che significa essere torinisti. Col suo spirito e i suoi gol ha costituito il trait d’union tra il grande Torino e gli anni ’70-80, quando lui e Ciccio Graziani in attacco, coadiuvati da compagni fortissimi come Claudio e Patrizio Sala, Eraldo Pecci, Luciano Castellini in porta, regalarono l’ultimo scudetto ai granata. Pulici fu capocannoniere del campionato, con ventuno reti, segnate di destro, sinistro, di testa e in acrobazia, perché era un attaccante veramente poliedrico, capace di segnare in ogni modo e contro ogni avversario. A Torino lo ricordano e lo rimpiangono ancora, ultimo mito ad indossare quella gloriosa maglia.

Franco SELVAGGI (dal 1980 al 1986)

Rendiamo merito anche d un grande calciatore del passato, non certo famoso come gli altri, ma che è sicuramente stato uno tra i migliori della sua epoca e che lo stesso Vierchowod ha ammesso essere uno dei più forti e il più difficile da marcare: “mi faceva venire il mal di testa” disse di lui. Franco Selvaggi, lucano di Pomarico, può fregiarsi del titolo di campione del mondo del 1982, avendo fatto parte della spedizione spagnola, pur senza mai scendere in campo. Ha vestito le maglie di Taranto, Cagliari (voluto fortemente da Gigi Riva), Torino, Udinese e Inter (sebbene coi nerazzurri sia stata una breve parentesi), prima di chiudere l’esperienza di calcio giocato con la Sambenedettese. Ottimo assist-man e cannoniere, sono in molti, e non solo lo Zar, a ricordarlo per la sua impressionante rapidità.